Film

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Rick Alverson non è un regista qualunque. Di sicuro lo si era intuito con il suo ultimo Enterteinment, ma è con il suo esordio veneziano che ne abbiamo una consapevolezza più marcata. The Mountain, infatti, appare fin dalle prime battute un lavoro che poggia nettamente sull’estetica ricercata e garantita da una fotografia mozzafiato, sulla ricostruzione scenografica degli ambienti ospedalieri dell’America degli anni Cinquanta e sulle interpretazioni estreme dei suoi protagonisti. Incurante del favore dello spettatore, Alverson sceglie anche un soggetto non certo di facile presa, e azzera quasi completamente il ritmo della narrazione, così come la mobilità della sua macchina da presa (una scelta visiva che sembra omaggiare lo svedese Roy Andersson).

In molti, al termine della proiezione e anche in seguito, si sono chiesti quale fosse il senso dell’incedere di The Mountain, con le sue metafore evidenti (su tutte, quella dell’insormontabile montagna simbolica che ognuno di noi cerca di scalare nell’arco della propria esistenza), con i suoi sproloqui sul valore dell’arte – affidati principalmente all’esuberanza scenica di Denis Lavant – e con quel cinismo sottocutaneo che comprometterebbe anche il più ottimista dei volenterosi spettatori. È vero che la libertà concessa dal regista americano è tale da lasciare aperte molte possibili interpretazioni, ma l’idea di mettere in scena un preciso momento storico del proprio paese – gli anni Cinquanta in cui veniva ancora considerato prassi l’uso della lobotomia per curare non solo pazienti affetti da schizofrenia, ma anche coloro i quali presentavano comportamenti anomali secondo il ben pensare dell’epoca (si pensi all’omosessualità) – per rivelare e ricordare ai propri compatrioti e al mondo intero uno dei periodi più bui della sua storia (l’altra faccia dell’America tanto cara ad esempio a Todd Haynes nei suoi Lontano dal paradiso e Carol), proprio in un momento di difficoltà politica massima come quello dato dalla presidenza Trump.

Tuttavia, è chiaro che le intenzioni, pur ottime, non sono supportate adeguatamente dall’omogeneità (o coerenza se vogliamo), che, se sul piano visivo è eccezionale, su quello più specificatamente narrativo manca in maniera evidente: una prima parte principalmente descrittiva, in cui lo spettatore entra totalmente nella mente del giovane Andy (Tye Sheridan) – orfano, costretto a seguire le peripezie lavorative del dottor Wallace Fiennes – ed è partecipe del mondo che lo circonda, contraddistinto costantemente da colori grigi e marroni, la cui sofferenza viene alleviata in parte dalla condizione dei pazienti lobotomizzati a cui scatta fotografie per ordine del suo tutore e datore di lavoro; nel secondo segmento narrativo a prendere le redini è l’ubriacone impersonato da Lavant, che confonde nuovamente le carte in tavola sproloquiando di arte e senso, circondato da soggetti mentalmente instabili. In un mondo di matti non si può far altro che convincersi di esserlo a nostra volta, o almeno così pensa il nostro protagonista, il quale compirà un atto estremo che sarà possibile decifrare solo in funzione di quell’unico elemento dell’esistenza capace di sconvolgere ogni tipo di persona: l’amore.

1 Settembre 2018
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