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Ricky Gervais è sicuramente una figura atipica del mondo dello spettacolo. Diretto, sarcastico ai limiti del possibile, e anche oltre, “ateo dall’età di 8 anni”, volto simbolo della comicità britannica degli ultimi 20 anni, Gervais finirà per condizionare una certa produzione di casa sua insieme a fenomeni coevi e affini come i David Walliams e Matt Lucas di Little Britain. Nato a Reading nel 1961 da padre franco-canadese trasferitosi in Regno Unito dopo la seconda guerra mondiale e da madre britannica, Gervais è anche particolarmente misconosciuto qui in Italia. Quando si fa riferimento a The Office, in molti la inquadrano come la serie della NBC che lanciò la carriera di Steve Carell rendendolo una star internazionale, mentre i più attenti sapranno benissimo come quel prodotto sia in realtà il remake americano dell’omonima sit-com prodotta da BBC Two e creata proprio dal Nostro, che si ritaglia anche il ruolo del protagonista, David Brent, ritratto non troppo addolcito di tutte le bassezze dell’essere umano configurate in questo misero dirigente di un microsistema malato e respingente che è poi la middle class britannica.

La televisione però non fu il primo amore di Gervais, che esordì invece come musicista e leader di una band, i Seona Dancing, ai tempi dell’Università a Londra (con tanto di due singoli pubblicati, uno dei quali divenne una hit nelle Filippine), e manager dei Suede (prima del successo). Abbandonato il settore, Gervais scoprì la radio, dove partecipò ad alcuni show comici prima di ottenere un podcast tutto suo e incontrare Stephen Merchant, co-creatore di The Office. Da allora, gli show di Gervais si sono sempre contraddistinti da una forte componente sarcastica e politicamente scorretta. Spesso i suoi stand-up show sono costellati da battute che prendono in esame i temi più caustici come l’olocausto, il razzismo, la religione (sempre bersagliata dal comico) e così via… Il passo successivo fu Extras, seconda collaborazione tra Gervais e Merchant, che stavolta decidono di scagliarsi contro il mondo dello show business raccontando le sconfortanti vicissitudini di un attore che cerca disperatamente di apparire in qualche progetto. Di questo periodo sono anche i due film co-diretti dal Nostro, ovvero Il primo dei bugiardi e L’ordine naturale dei sogni (sempre con Merchant), quest’ultima rievocazione dell’amore per la musica e le band di Gervais nell’Inghilterra degli anni Settanta.

Con Derek si apre l’ultimo capitolo della fase creativa di Ricky Gervais, stavolta come autore unico, e il risultato è ancora una volta il ritratto di un campionario misero, gretto ma irresistibile di personaggi, emarginati da una società ipocrita. Il protagonista è infatti un po’ tardo e decisamente ingenuo, ma Gervais esalta questa componente ritenendola essenziale e propedeutica alla gentilezza, sentimento indispensabile per la dignità di ogni essere umano. After Life è il punto d’arrivo perfetto della tesi già proposta in Derek sei anni prima (e sempre su Netflix). Gervais non ha più bisogno di nascondersi dietro macchiette o personaggi stereotipati (che pure non mancano e sono dotati di una funzione precisa), il suo Tony è complesso, stratificato, ferito ma compassionevole, e usa il sarcasmo come arma difensiva per sopportare il peso di un’esistenza condannata a scorrere senza la compagna di una vita. Se nella prima stagione lo vediamo reagire alla disperazione comportandosi da perfetto stronzo, dove la rabbia prende il posto degli impulsi suicidi che non riesce a concretizzare in seguito alla morte della moglie per cancro, ecco che la stessa prima mandata di episodi raggiunge il suo culmine una volta acclarato che la gentilezza è più gratificante di qualsiasi vendetta, una parola gentile o premurosa verso qualcuno al di fuori di se stessi, può rendere decisamente più sopportabile il fatto di dover affrontare ogni giorno nella consapevolezza che il grande amore non sarà sull’altro lato del letto al risveglio.

Se la prima stagione di After Life seviva quindi a guardare oltre la disperazione per scorgere il lato positivo di una tragedia immensa, la seconda è, altrettanto chiaramente, una dolce e neanche troppo sottile descrizione di come la depressione possa tornare a bussare alla porta di un essere umano in maniera imprevedibile, anche quando tutto sembrava volgere al meglio. After Life è probabilmente il prodotto più accessibile nella carriera di Gervais, ma la sua semplicità è il frutto di un lavoro certosino poggiato su narrazione ed evoluzione dei personaggi: il riuscire a combinare in maniera fluida e organica la risata e la commozione non è un’arte semplice, ma è compito dell’artista farla sembrare tale. Questa sorta di scheletro emotivamente binario che contraddistingue tutti gli episodi della seconda stagione è infatti metafora di quella depressione di cui soffre Tony: anche quando sembra sia trascorsa un’ottima giornata, ecco che lo spettro dell’infelicità può comparire minaccioso all’improvviso ed eliminare tutto il resto. Senza fornire alcun tipo di soluzione semplice a un problema che è ormai una costante del nostro tempo, saranno i rapporti con le persone e la capacità di osservazione di chi ci sta intorno a impedire il peggio, come il tentativo del cane Brandy o il cruciale passo indietro di Emma, disposta a vivere una vita à la Ricomincio da capo, pur di sbloccare una situazione che per Tony è arrivata a un’impasse.

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