Recensioni

Uscito nelle sale statunitensi il 25 giugno 1982, Blade Runner fu un disastro al botteghino. Il ricavo complessivo fu di solamente 34 milioni di dollari a fronte di una spesa di 28 milioni (a cui va aggiunta anche la quota per la promozione del film). Diversi i motivi che portarono a un tale insuccesso: prima di tutto una campagna marketing incoerente e fallimentare che puntò tutto sulla natura d’azione fantascientifica del prodotto, quando invece – sia per tematiche che per personaggi – il genere di riferimento era più vicino al noir e alla narrativa hard boiled (successivamente venne coniato il termine tech-noir, preso direttamente da un altro film dell’epoca, Terminator); in secondo luogo, l’uscita a sole due settimane dall’esordio di E.T. – L’extra-terrestre condannò il film all’ostracismo da parte delle masse, che continuarono a vedere e rivedere la pellicola di Steven Spielberg (osannata dalla critica) gettando nell’oblio tutte le altre uscite (un’altra vittima illustre fu La cosa di John Carpenter, uscito proprio lo stesso giorno di Blade Runner); terzo, il (poco) pubblico che si recò al cinema, benché affascinato dall’atmosfera e dagli effetti visivi, uscì dalla sala molto confuso a causa di tematiche profonde e di personaggi ambigui, tra cui la stella nascente degli anni Ottanta, Harrison Ford, in un ruolo che segnava un taglio netto con quanto portato sullo schermo fino ad allora (i vari Han Solo e Indiana Jones). Nel 1983 però erano molto frequenti (negli Stati Uniti lo sono tuttora) le proiezioni di mezzanotte di film non proprio nuovi, e Blade Runner divenne uno di questi. Lentamente il pubblico affezionato alla pellicola aumentò a dismisura e il passaparola contribuì a far schizzare alle stelle le richieste in home video. Il film di un giovane Ridley Scott (all’epoca reduce dal successo di Alien) si guadagnò rapidamente lo status di cult e venne lodato in molte recensioni e retrospettive successive all’uscita in sala, trovando finalmente il suo posto all’interno della settima arte e venendo riconosciuto come uno dei più bei film mai realizzati. Un destino molto simile a quello di un altro grande film, – che curiosamente si muove sugli stessi binari tematici – ovvero Metropolis di Fritz Lang (1927).

Nonostante il suo aspetto visivamente spettacolare ed evocativo, con scenografie che costituirono una sorta di anno zero per le successive avventure fantascientifiche, la potenza della pellicola emerge dalla narrazione. Ambientato in una Los Angeles futuristica e perennemente immersa nella pioggia, Blade Runner è un racconto senza tempo che orienta la sua attenzione sulla condizione umana, in termini di moralità, esistenza, realtà e illusione. A contribuire all’atmosfera sognante e insieme claustrofobica del film, lo straordinario lavoro di Vangelis sulla colonna sonora. Reduce dall’Oscar per Momenti di gloria, il compositore greco cambia totalmente registro e ha l’intuizione di adottare in maniera massiccia l’uso di sintetizzatori (che esplodono in tutta la loro potenza già dalla sequenza dei titoli iniziali); immortali rimarranno la sua Rachel’s Song e il Love Theme – che incornicia perfettamente un momento intimo tra Deckard e Rachel – in cui il sassofono di Dick Morrissey penetra profondamente sia nei meandri della storia che nel cuore dello spettatore; e che dire, infine, del tema che chiude il film, con quel ritmo incalzante generato al sintetizzatore che sposa perfettamente l’ambiguità della risoluzione finale.

«Commerce is our goal here at Tyrell. “More human than human” is our motto». Adattamento del celebre romanzo di Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, scritto nel 1968, il film prende di petto buona parte degli aspetti più controversi del materiale letterario (la dicotomia uomo-androide, da cui deriva la riflessione su cosa sia “umano”, le città disabitate di una Terra ormai ridotta in fin di vita), lasciandone da parte altri ancora più ostici (tutto l’apparato religioso, le orribile difficoltà di un matrimonio infelice, il sogno di acquistare finalmente un autentico animale, da cui il titolo) per sviluppare un racconto che ricalchi il brivido della detective story, sposato perfettamente con una dimensione filosofica che alimenta le domande invece di fornire risposte. Così, troviamo Rick Deckard, un ex-cacciatore di taglie costretto a tornare in servizio per “ritirare” sei replicanti pericolosi e simili in tutto e per tutto agli umani: i Nexus 6. Sembra un normale lavoro di routine, ma i Nexus 6 sono dotati di abilità che i modelli precedenti non avevano: possono provare emozioni basandosi sui propri ricordi e le proprie esperienze. Man mano che la caccia prosegue, Deckard è pervaso dal dubbio, alimentato anche dalla frequentazione di Rachel – classica femme fatale –, “un esperimento” dotato di ricordi fittizi impiantati nella sua memoria, e per questo motivo non al corrente della sua natura artificiale. A innalzare la dimensione di questi “prodotti”, l’ossessiva ricerca di Roy Batty, il quale si rivolgerà disperatamente al suo creatore per ottenere più vita ed aggirare la sua normale data di scadenza (i Nexus 6 hanno infatti una durata di quattro anni). Dal confronto Batty-Deckard, quest’ultimo non può non notare che il desiderio di sopravvivenza del suo antagonista non è diverso da quello di qualsiasi altro essere umano e che le domande che si pone coincidono con le sue: «All he’d wanted was the same answers the rest of us want. Where do I come from? Where am I going? How long have I got? All I could do is sit there and watch him die», sintetizzava la voce fuori campo di Deckard poi esclusa dalle successive riedizioni del film.

Già perché nel 1992 – a dieci anni dalla sua comparsa nelle sale cinematografiche – Scott rimise mano al suo film e lo riassemblò nel modo in cui l’aveva concepito. Via dunque le (per lui e soprattutto per Ford) fastidiosissime voci fuori campo consolatorie e il lieto fine con le immagini prese in prestito da Stanley Kubrick; inoltre viene inserita la scena in cui Deckard sogna un unicorno che, in stretta relazione al finale del film (quando il protagonista rinviene un piccolo origami a forma di unicorno davanti alla sua abitazione), getta una luce ambigua su tutto il percorso narrativo del personaggio (per Scott non ci sono dubbi: «Trova l’origami, è un replicante», confermerà in seguito). Ovviamente le modifiche hanno portato a cambiamenti di senso (forse solo apparenti) da non sottovalutare: il salvataggio di Roy Batty assume, infatti, tutto un altro significato, dal momento che anche Deckard è un androide, alleggerendo se vogliamo la portata del suo gesto (in molti hanno fatto notare come probabilmente Batty sapesse già di che natura fosse il suo avversario, in particolare dalla frase: «I thought you were supposed to be good. Aren’t you the… “good” man?»).

Qualunque sia la versione che preferite – quella cinematografica o la Director’s Cut –, la portata del dibattito condotto dalla pellicola non fa che aumentare a dismisura anno dopo anno, decennio dopo decennio, e questa ambiguità è la sua maggior forza. Il fascino risiede da sempre nelle domande di questo tipo e nella loro natura irrisolvibile. Esse sono lo strumento con cui l’umanità può dare misura alla propria ambizione, a quella voglia innata di oltrepassare qualsiasi barriera, di spingersi ancora più in avanti nel processo evolutivo. A trentacinque anni dalla sua uscita, Blade Runner è ancora una pietra miliare del genere (e oltre il genere), fonte di ispirazione per innumerevoli tentativi che abbracciano ogni aspetto dell’arte spintasi a porsi gli stessi quesiti: senza la pellicola di Scott – così come senza il lavoro del geniale scrittore di Chicago – non avremmo mai avuto prodotti altrettanto validi come il già citato Terminator (1984), il folle Gilliam di Brazil (1985), Ghost in the Shell (1995), Dark City (1998) o Matrix (1999). Eh già, ne abbiamo “viste di cose” dopo Blade Runner.

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