• Gen
    25
    2019

Album

Atlantic Records

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Il nome della band sembra quasi cattivo. E quello del disco anche di più: Feralrutz, a pronunciarlo tutto insieme. Gagliardo, tosto. Vi tagliano la strada all’incrocio? Feralrutz! Vi passano davanti in fila alle poste? Feralrutz!  Da pronunciare possibilmente con voce gutturale, digrignando i denti e con sguardo torvo rivolto al vostro interlocutore, il quale – evidentemente – se non vorrà passare un guaio dovrà prendere in considerazione di darsela a gambe levate. E questa è la parte nominale. Poi c’è la parte sostanziale del disco, che racconta tutta un’altra storia, ovvero che lungi dall’intimorire, questo sesto lavoro lungo della formazione di Long Beach fa quasi ridere. I Rival Sons, a dire il vero, non sono nuovi a propinarci pari pari suoni del trapassato remoto riconducibili all’universo hard&blues anni Settanta, e meriterebbero quantomeno il riguardo riservato a coloro che non sono più dei novizi, ma in tempi recenti c’è chi – come i Pontiak – questo lavoro di recupero l’ha fatto infinitamente meglio. Anche perché basta un minimo in più di lassismo in fase compositiva, e il medesimo piglio emulativo, che in un attimo ti sbuca fuori gente come i Greta Van Fleet, o – alle nostre latitudini – i Maneskin, che sguazzano come pesci nella cover mania, nel revival, nel far credere di essere “rrruocckk” ed ergersi in modo coatto a interpreti di una tradizione ben più gloriosa, bypassando decenni di sperimentazioni, innovazioni e reinvenzioni, come se John Bonham fosse morto ieri e Ozzy Osbourne stesse ancora digerendo la testa di quel povero pipistrello che azzannò sul palco.

È un disco che si stronca quasi da solo, questo Feral Roots. Una matassa di clichè imbarazzanti per chi ascolta, ma ancora di più per chi suona. Che poi le qualità tecniche ci sarebbero pure, e finanche quelle compositive, come si percepisce vagamente da alcuni – sporadicissimi – passaggi, schegge in un mare di mediocrità: l’abbozzo di inno da stadio che vorrebbe essere il chorus di Do Your Worst (no, non è questo il loro peggio: pare che riescano addirittura a superarsi), il bridge di Look Away, i riffoni sparsi qua e là tra Back In The Woods, Too Bad e Imperial Joy. Ma allora perchè non mettere queste qualità al servizio di una scrittura che sia davvero all’altezza, sofferta, sudata, invece che di un maquillage sonoro invero sconcertante, di una tale carnevalata da museo delle cere?. Vera e propria chirurgia plastica applicata al rock che quasi ci fa maledire di esserci appassionati a questo genere, vista la fine che vorrebbero fargli fare. Si muore anche di luoghi comuni, che tristezza.

31 Gennaio 2019
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