• ott
    30
    2012

Album

Monkeywrench Records

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L’unione fa la forza e, aggiungiamo, porta spesso a risultati interessanti. Così è successo a Tim Burgess con Kurt Wagner dei Lambchop e alla riuscita accoppiata David Byrne/St. Vincent, e così in genere accade quando un artista riesce perfettamente a sintonizzarsi con il mondo di un collega che stima, in studio c’è l’alchimia giusta e la musica nasce da sé. Sono bastati quattro giorni e una notte nel Montana, al nuovo supergruppo formato da Joseph Arthur (cantautore che catturò l’attenzione di Lou Reed e di Peter Gabriel, che non esitò a metterlo sotto contratto con la Real World), il bassista dei Pearl Jam Jeff Ament e il batterista Richard Stuverud (gli ultimi due già erano insieme nei Three Fish) per creare Acts. Sembrano quasi schernirsi, sotto il nome che hanno scelto per la loro avventura: sarà stato pur casuale il loro incontro (RNDM si legge “random”) nel 1999, ma non c’è niente, nei dodici brani della tracklist, che faccia intravedere confusione, casualità e stridenti contese da primedonne.

Uno dei motivi della riuscita di Acts, che contiene canzoni spesso leggere solo all’apparenza ma che conservano la qualità della poetica cui Joseph Arthur ci ha abituati da anni (da In The Sun in poi), è la versatilità di Ament, abituato alle collaborazioni e ai side-project. Il suo basso è libero, bello presente, e per l’occasione suona come se Jeff avesse voluto tornare per un attimo ragazzino, ai tempi in cui divorava gli album dei Clash e dei Police. Ce ne accorgiamo perché, oltre ad episodi tipicamente alt-rock come il singolo Modern Times, troviamo splendide reminiscenze new wave in What You Can’t Control, il brano che Ian McCulloch non riesce a scrivere da diversi anni a questa parte. Arthur rispolvera, con la complicità dei sodali, il suo passato in band funk-rock e si lascia andare in un falsetto soul nell’evocativa Walking Through New York. Chi teme una parata di stanchi cliché del rock alternativo degli anni Novanta ne troverà ben pochi.

Il trio, assistito da Brett Eliason alla produzione, sa quando è il momento di premere il piede sull’acceleratore (Throw You To The Pack, Look Out!) ma si concede anche gli opportuni momenti riflessivi – profuma di R.E.M. il folk-rock di New Tracks, mentre Arthur filtra l’antico amore per Bob Dylan in Cherries In The Snow, canzone asciutta e sentita, scritta per una zia ed eseguita con chitarra acustica in primo piano e un’armonica a bocca. Ci sono richiami a Grant Lee Phillips così come allo “zio” Neil Young, e fanno capolino persino gli U2 di Angel Of Harlem, (ma anche i Rolling Stones mutuati da Michael Hutchence) in Williamsburg, altra perla scintillante del lotto.

Chi cerca un disco rivoluzionario non lo troverà ascoltando Acts, in definitiva un insieme di passi a lato più che in avanti, ma si troverà davanti al frutto del lavoro di tre musicisti di talento che non sembrano avere alcun timore nel mettersi in gioco ancora una volta; nel confronto con i nuovi partner, Arthur riesce anche a schivare l’autoindulgenza che ha reso meno appetibili alcune sue prove passate (compreso l’ultimo Redemption City). Suona bene, con un missaggio pulito, è sufficientemente vario. Acts è il ritorno all’adolescenza, alla riscoperta dell’emozione dell’ascolto dei provini registrati durante i primi rehearsal ma con l’esperienza di chi, oggi, può sentirsi più che soddisfatto del lungo cammino percorso.

6 Gennaio 2013
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