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Tre anni dopo Paradygm Shift, Robert Hood si fa rivedere con un lavoro sulla lunga distanza. Allora fu Dekmantel a dare ospitalità al producer, stavolta tocca invece a un’altra label particolarmente in, ovvero la Rekids di Radio Slave, quest’ultimo riaffacciatosi qualche tempo fa con il valido doppio singolo Silent Witness a trazione bleep. Ovviamente l’hype non è più quello di un tempo, e se l’importante è mantenere non troppo alto un fisiologico livello di fallibilità – il DJ Kicks del 2018, diciamocelo, non era mica questo granché – il Nostro di tanto in tanto riesce anche a spingersi più in là, tirando inaspettatamente fuori dal cilindro uno degli anthem techno (o house, fate voi) del decennio, e parliamo ovviamente di quella Never Grow Old (2014) firmata con il fortunato alias Floorplan diviso assieme alla figlia Lyric.

Tra l’altro, i due in estate hanno messo a segno un altro colpo di pregio con The Struggle/Save the Children, EP in fregola (acid e funky) house che con i carismatici discorsi rubati alle piazze in protesta e piazzati sul beat, seguiva coerentemente in scia la questione razziale statunitense. D’altronde, Detroit sarà pure una delle scene più spocchiose e arroganti del pianeta, ma se si tratta di fare quadrato non ha eguali (vi segnaliamo intanto la nuova iniziativa portata avanti da proprio da Underground Resistance e Waajeed) e Hood non fa certo eccezione tra i concittadini. E se l’Europa techno si barrica dietro ai nostalgici richiami dell’EBM, allora la Motor City ripiega ancora e ancora sulla tradizione musicale dei padri: che poi siano quelli biologici che sul giradischi mettevano i classici Motown, soul e jazz (andate a sentirvi le ultime di Moodymann e Theo Parrish) o quelli fondatori di Belleville tra Kraftwerk e narrativa speculativa, fa poca differenza.

Certo, in questo Mirror Man il soul e il funk sono nulla più che note a piè di pagina, e infatti, come per il precedessore, il nastro è riavvolto sui fondamentali minimal che il Nostro e altri illuminati portarono sul trono ormai trent’anni fa, tra aperture cinematiche (Freeze) e secchi stantuffi (Falling Apart), distopie, sci-fi (Through A Looking Glass Darkly) e qualche tracciante house (Face The Water). Un lavoro da onesto mestierante su nervi e silicio, decolli kraut telefonatissimi e numeri sinistri fatti propri da quella scuola tedesca non a caso figlia del fu UR. Saremo brevi, l’ispirazione è da ricercare nel catalogo Floorplan.

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