Recensioni

Quello di Robert Zemeckis è da sempre un cinema di simulacri. Lo è fin da quella fragorosa opera prima, 1964 – Allarme a N.Y. arrivano i Beatles!, nella quale i Fab Four di Liverpool sempre sullo sfondo sono qualcosa di irraggiungibile e mitizzato, inarrivabile; lo è anche All’inseguimento della pietra verde di qualche anno dopo, calderone in cui riversare il meglio del cinema d’avventura di un decennio fattosi anch’esso simulacro di se stesso (gli anni Ottanta) e lo è anche il passato di Marty McFly in Ritorno al futuro, che il giovane modifica a proprio piacimento a causa del suo viaggio a ritroso nei mitici anni Cinquanta. La funzione cruciale della forma-racconto nel cinema del cineasta di Chicago diventerà sempre più esposta ed evidente con i suoi traguardi successivi, da La morte ti fa bella a Forrest Gump (dove il racconto è base, altezza e profondità), ma anche in Le verità nascoste, Cast Away e nel più recente The Walk.

Il territorio della fiaba è naturalmente congeniale a Zemeckis, che ne ha sfruttato le potenzialità in una filmografia articolata ma coerente, piena di eccessi poi rivelatisi geniali capolavori (Chi ha incastrato Roger Rabbit?) o pesanti capitomboli (Polar Express, La leggenda di Beowulf), felici risalite (A Christmas Carol) e ibridi poco compresi (Benvenuti a Marwen). L’approdo alla fiaba tout-court sembrava quindi la mossa più congeniale in questa fase incerta e ricca di possibilità. Tuttavia, nel suo Le streghe, Zemeckis non riesce ad andare oltre la forma e a scardinare le regole che così ben conosce, quasi avesse timore di mancare il colpo, di non trovare la giusta ispirazione all’interno di un prodotto sì infantile ma ricco di potenzialità per ragionare sul contemporaneo, sulle paure primordiali dell’essere umano, sui traumi dell’infanzia. Nulla di tutto questo si riscontra in un adattamento coloratissimo ma sterile, lineare ma eccessivamente patinato, con attori perfettamente in parte ma monocordi e privi di ironia, come dei simulacri profondamente vuoti al loro interno e non punti di partenza per una riflessione altra (Anne Hathaway in sostanza è una versione aggiornata del giudice Morton di Christopher Lloyd, è il contesto che le ruota attorno a non esserle all’altezza).

E dire che in sede di sceneggiatura c’è pure lo zampino di Guillermo del Toro, uno che sulla fiaba e sui mostri che racconta ha costruito una reputazione, eppure il tutto non decolla mai come dovrebbe, o come gli stessi autori si sarebbero aspettati. Il passaggio dall’Inghilterra di Roald Dahl all’Alabama anni Sessanta di questa trasposizione è pretenzioso e mai apertamente giustificato, quasi si trattasse di un’imposizione “dall’alto” mai realmente digerita. L’intera narrazione, infine, è incorniciata da una fastidiosissima voice-over che appare quasi come una resa incondizionata all’impossibilità di poter elevare un prodotto con queste premesse. Gli stereotipi rimangono tali, i simulacri non rimandano ad altro se non a loro stessi e Le streghe è probabilmente il film meno riuscito di Zemeckis degli ultimi quindici anni.

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