Live Report

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Se ai tempi della tournée del ’90 un recensore poteva scrivere che degli Stones, svanite trasgressione e rivolta, rimaneva ormai solo la musica, e se in occasione di A Bigger Bang il nostro Stefano Solventi sosteneva che non rimaneva neanche quella, cosa ci potrebbe essere, oggi, in un concerto di un gruppo il cui cinquantennale di carriera è stato celebrato due anni fa? In realtà un po’ tutto, perché la dialettica tra opposti è spesso fruttuosa, e gli opposti qui sono tanti.

Per esempio quello tra imborghesimento jet-set e un insopprimibile teppismo innato (quello proletario di Richards e quello borghese, che non è più morbido, di Jagger), che fa sì che nonostante lo stardom il gruppo riesca ancora ad irritare (le polemiche che hanno accompagnato la data non nascono solo da un presunto vizio italiano di discutere tutto, dai giornali anti-giunta o dalla mala gestione: dev’esserci chi non ha ancora superato i tempi in cui, per dirla con Scaruffi, i Rolling Stones erano semplicemente Il Male). O quella tra il baraccone e la musica: da una parte la messa in scena, con scaletta di classici, location molto più coreografica e locandina-friendly degli stadi Flaminio e Olimpico dei tour scorsi, l’aspetto social (la possibilità di votare una canzone della scaletta da scegliere tra una rosa diversa per ogni data), i palchi faraonici promossi al contempo dalla megalomania di Jagger e dall’idea di Richards che “una volta per sentire bene la musica dovevi andare ai concerti, ora che in casa c’è l’hi-fi nei concerti devi offrire altro” (a pensare agli impianti live di una volta e alla presunta superiorità del vinile, si rimane perplessi, ma tant’è). Dall’altra, appunto, la musica: si può non credere a Richards quando nel film di Scorsese dice che nei concerti ancora sperimenta come suonare Midnight Rambler, ma che a lui e al gruppo piaccia ancora suonare si vede, con l’onestà di chi ha capito che il meglio l’ha già dato e saggiamente evita di caricare la discografia di titoli inutili (3 dischi negli ultimi 25 anni, più qualche inedito per le compilation).

rolling stones circo massimo

ph: Leonardo Sgarzi

Per cui celebrazione, certo, ma è sempre stato così in ogni tour: 3-4 brani dall’eventuale ultimo e per il resto classici. E il tour 14 on fire e la scaletta romana non fanno eccezione, visto che il grosso viene dal periodo ’65-’78 con poche e mirate scelte successive, da Start Me UpOut Of Control (1997, uno dei pezzi migliori tra quelli tardi, benché la versione del tour dell’epoca fosse un’altra cosa), dalla onesta Doom And Gloom (l’inedito dell’antologia del 50esimo) a Can’t Be Seen (una delle due canoniche canzoni con Richards alla voce) e a Streets Of Love, ballatona che alla fine funziona e che il pubblico gradisce assai partecipando caloroso come mostra il (tagliato e cartolinesco) video ufficiale che postiamo sotto (metterla, ai tempi, in uno spot ha pagato anche in questo senso, e poi si poteva non suonare a Roma un pezzo in cui si usa la metafora “passare il Rubicone”?).

I classici vengono resi a esiti alterni: non tanto per qualche imprecisione (l’attacco di Brown Sugar coglie Keith di sorpresa, e non è l’unico), che serve a mantenere il buon nome R’n’R (e a fugare i sospetti di playback), quanto perché l’ispirazione lascia qua e là spazio al compitino, pur grezzo e sporco. E parlando di film, in Sweet Summer Sun – Hyde Park Live si aveva l’impressione che l’indistruttibilità di Richards cominciasse a mostrare qualche crepa, che si traduceva in un suonare sempre meno, per tocchi e ricami, e che la carretta musicale la tirassero invece Watts e gli ormai consolidati musicisti aggiunti per la parte ritmica, e Wood per le chitarre. A Roma Keith ha dato l’impressione di aver recuperato un po’ di forma e presenza, anche se non sembra più lui il centro del gruppo, nonostante in alcuni momenti strategici il volume della sua chitarra sia più alto.

Ma in generale la banda viaggia, e Gimme Shelter, con la solita immensa Lisa Fischer alla ribalta, continua a far domandare perché una canzone come quella non sia mai stata un singolo, mentre Midnight Rambler vede sul palco Mick Taylor (ospite fin dai primi concerti del cinquantesimo) in forma splendida, per l’ennesima versione dal vivo superiore a quella in studio. Sympathy For The Devil continua ad essere il solito esaltante sabba, e dopo il remix sotto il filmato di apertura, viene eseguita partendo solo con le percussioni e il piano, in modo da spiegare bene la genealogia che da questa canzone passa per Loaded dei Primal Scream e arriva a Praise You di Fatboy Slim.

rolling stones circo massimo

ph: Leonardo Sgarzi

Così, su un palco meno esagerato del solito (benché dorato), in cui le proiezioni video riguardano principalmente quello che accade on stage (e non poteva essere altrimenti: essendo il Circo Massimo lunghetto, senza i maxischermi almeno 2/3 del pubblico non avrebbe visto alcunché), si passano 2 ore e un quarto di gioioso e caciarone circo rock (più l’oretta dall’onesto e apprezzato John Mayer, ospite anche nella Respectable inattesa vincitrice del contest per la canzone da scegliere) fino ai due bis: You Can’t Always Get What You Want cui partecipa il Coro Giovanile Italiano, e il tripudio finale di (I Can’t Get No) Satisfaction.

Poi i 70.000 defluiscono tranquillamente: un po’ di traffico sul Lungotevere (ma niente più del solito), il suddetto codazzo di polemiche, un po’ di testimonianze in rete di chi passeggiava tranquillo sull’Aventino ascoltando il tutto: come probabile saluto live al gruppo è stato bello, intenso e imperfetto. Come è – sarà forse retorico dirlo ma vero – il rock’n’roll stesso.

28 Giugno 2014
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