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“L’innamoramento è sempre un’esperienza estrema: quando ci si innamora l’altro diventa un’ossessione” (Ian McEwan).

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan, L’Amore Fatale (Enduring love) di Roger Michell si interroga sull’ossessione amorosa e sul senso dell’amore.

Il professore Joe Rose, rimasto coinvolto in un bizzarro incidente in mongolfiera in cui è morto un uomo, si trova ad esser pedinato e spiato ossessivamente da un giovane, Jed Parry, innamorato di lui, e convinto di essere ricambiato. Il folle biondo Parry è un uomo solo in cerca di affetto; offre a Rose un amore universale e mistico, di cui si sente investito da quando sono stati entrambi coinvolti nel mancato salvataggio con la mongolfiera. Ne resta coinvolta Claire, fidanzata di Joe, inevitabile rivale e vittima in questo particolare triangolo amoroso.

Già regista di produzioni di alto livello come Nothing Hill e Ipotesi di reato, Roger Michell prosegue la via del cinema d’autore intrapresa con The mother (2003, tratto da un romanzo di Hanif Kureishi), facendo del libro di McEwan un serrato thriller psicologico, basato sul contrasto tra i due protagonisti coinvolti in un gioco psicologico sottile e ossessivo, in cui i ruoli carnefice-vittima finiranno per ribaltarsi. Con la collaborazione dello stesso autore (che è anche produttore associato), Michell ha trovato il modo di rendere il romanzo in immagini filmiche efficaci (come l’iniziale scena del salvataggio, la migliore nel libro e nel film, o le drammatiche sequenze finali), senza risultare pedante e didascalico, giocando sui movimenti di macchina più che sulle parole per descrivere sentimenti e stati d’animo, rendendo i numerosi monologhi mentali di Joe (nel romanzo) in dialoghi, e affidando a lente carrellate le riprese in esterni.

L’amore fatale è quello non contraccambiato, subito drammaticamente dall’oggetto del desiderio. Parry è folle vittima della sindrome di de Clérembault, una forma di psicosi passionale (scoperta nel secolo scorso dall’omonimo psichiatra) nei confronti di un altro soggetto, spesso inconsapevole, con ossessione a sfondo religioso. E’ un amore perdurante in cui ci si sente investiti dalla missione di rendere consapevole dell’amore l’oggetto della passione. Il soggetto è persuaso di essere in comunicazione amorosa con l’oggetto d’amore, attraverso particolari segnali segreti (secondo Parry il modo in cui Joe sposta le tende dalle finestre di casa è per lui un chiaro segnale di intesa). “Io ti amo e tu mi ami, e questo è tutto” dice assolutisticamente Parry a Joe; “Dio solo sa cosa sarei senza di te!” : ecco esplicitato il delirio amoroso a sfondo religioso, che rende la beachboysiana God only knows funzionale al messaggio mistico ossessivo.

Il risultato è un film raffinato e di gusto inglese, fedele allo spirito del libro, ben diretto e recitato – buone le prove dell’intenso Daniel Craig (Joe), già protagonista di The mother e di Era mio padre di Sam Mendes, e di Rhys Ifans (Jed) già visto in Nothing Hill, qui in un’inedita veste drammatica; Michell ci regala un’amara, grottesca, ironica meditazione sulle possibili forme d’amore (l’unico amore che dura è proprio quello del folle Parry?) e sull’impossibilità di sfuggire a un’ossessione devastante e, in altre parole, fatale.

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