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La house per Romare è prima di tutto una faccenda di sensualità e calore. Nei lavori di Archie Fairhust – questo il suo vero nome – lo sguardo al dancefloor resta sullo sfondo di pezzi che, campionando dal jazz, soul e gospel, restituiscono ambienti sonori raffinati in cui muoversi con passo felpato o distendersi comodi chiudendo gli occhi. Del resto, già dal precedente Love Songs: Part Two, di grande successo anche al di fuori dal panorama clubbing, l’impostazione di Romare è diventata sempre più chiara: il producer londinese guarda alla house come naturale prosieguo di tutta una tradizione che attraversa il funky, l’afrobeat e l’ampio universo della black music.

Pertanto, neanche in questo Home, pensato e prodotto nella campagna londinese, Romare ha perso il gusto per il campionamento, nel solco di producer come Four Tet o Nicolas Jaar (in particolare, il riferimento è al side project Against All Logic), anzi lo ha abbinato a una ricerca sugli strumenti, a una riscoperta di attrezzature tenute in cantina: una chitarra a dodici corde del padre, una batteria della sua infanzia, un organo rinvenuto in un negozio di beneficenza. Elementi che, uniti anche ai sample pescati dal jazz irlandese, contribuiscono a creare un suono a tratti vintage ma senza scadere nell’ossessione per il passato.

Romare ha estro e creatività nel presentare una proposta ormai personale e riconoscibile, danzereccia così come rilassante. E lo si percepisce sin dall’apertura Gone, che fa emergere tutta l’esperienza del producer nel costruire un percorso sui quattro quarti della house a metà tra delicatezza soulful – synth soffici e accattivante vocal femminile –  e sporchi fendenti di 303. Si danza con sguardi ammiccanti con The River, groove suadente e morboso che sostiene saporite tastiere e vocal funky alla maniera di Moodymann, o con Sunshine, tra ipnotici synth vintage, variazioni timbriche e cambi di passo che descrivono una perfetta e raffinata narrativa da dancefloor. In Heaven, Romare ci manda in paradiso abbracciati a un basso frizzante e a spensierati stab.

Funzionano anche i pezzi più pensosi e introspettivi come High, che centra un mood psichedelico dove le manopole acide incontrano liquide astrazioni funkettose, o Deliverance, una romantica soul ballad strumentale con soffici chitarrine e pianoforte. Un mood sensuale e intimo per una house ipnotica di cui godere anche a casa, ma che non sfigurerà quando (sperando il prima possibile) torneranno i club. 

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