Recensioni

Poco prima dei titoli d’apertura di Elegia americana, l’ultimo film di Ron Howard distribuito da Netflix, la famiglia del piccolo J. D. Vance (Owen Asztalos) si riunisce al completo per adempiere al rituale di una fotografia che sancisca la fine delle abituali vacanze estive in Kentucky. Siamo nel 1997 ma, idealmente, siamo anche in tante altre epoche precedenti: il regista infatti mostra in successione, partendo da quello appena scattato, altri ritratti di famiglia che ne attraversano la storia a ritroso fino al tempo dei pionieri. Quando appaiono i titoli, J.D. è seduto in macchina con la sorella Lindsay (Haley Bennett), la madre Bev (Amy Adams), i nonni materni (Glenn Close & Bo Hopkins). Fuori dal finestrino il bambino vede scorrere il paesaggio naturale e urbano dell’Ohio, lo stato in cui vivono; quando arrivano a Middletown, il punto di vista però cambia e, attraverso la voce narrante del J.D. studente di Legge nel 2011 (un ottimo Gabriel Basso), viene raccontata la storia della nonna, di quando fuggì dal Kentucky con il futuro marito perché rimasta incinta a soli tredici anni. Nei minuti successivi Howard mescola immagini di un passato anni Sessanta con quelli del 1997, in un flusso mnemonico che mostra l’evoluzione (e poi l’involuzione) non solo della città ma anche dello sguardo dei singoli componenti della famiglia.

Haley Bennett, Gabriel Basso & Amy Adams. Still da “Elegia Americana” (2020). Regia: Ron Howard

Elegia americana è tratto dall’autobiografia dell’avvocato J.D. Vance, ma il titolo italiano scelto dalla casa editrice Garzanti non gli rende completamente giustizia; il motivo è che, per sopperire all’impossibilità di tradurre letteralmente l’originale, si è preferito richiamare alla ben più nota e significativa Pastorale americana di Philip Roth (il che non sarebbe totalmente sbagliato, per quanto sia impossibile da eguagliare). In inglese Elegia americana sarebbe Hillbilly Elegy e “hillbilly” è un termine dispregiativo usato per indicare quella buona parte della popolazione di montagna, di solito bianca, cristiana, poco istruita e spesso razzista, che abita negli stati del Sud (definiti anche white trash, quelli che secondo le statistiche hanno votato e votano Donald Trump). Ma il fatto che quella parola sia accompagna poi da Elegia, quasi come se fossero in antitesi, ci fa subito capire che l’esigenza dello scrittore nasce dal voler raccontare con grande affetto (e quindi con una buona dose di soggettività) un conflitto tra quello che si ama e quello che si odia, tra un passato da ricordare o dimenticare e un futuro da creare, tra le sofferenze di una famiglia e la volontà di uscirne, tra il degrado della propria città natale e il sogno di poterla risollevare agendo altrove.

Owen Asztalos, Amy Adams. Still da “Elegia Americana” (2020). Regia: Ron Howard

Fin dall’inizio del film Ron Howard ci mostra il suo approccio al testo, puntando sul far combaciare per associazioni e dissociazioni le varie linee temporali che vengono mostrate; quindi la classicità di un regista come Howard viene messa al servizio completo della storia di Vance e degli attori che la interpretano. Classicità che rimane tale anche nella struttura “alternata” del film: pur mischiando continuamente passato (1997) e presente (2011), la storia di J.D. e della sua famiglia risulta sempre molto lineare, quindi molto comprensibile, dato che racconta un passo alla volta come è arrivato ad essere quello che è e di come, partendo da quello che è stato, potrà migliorarsi in futuro.

Ma l’autodeterminazione non può prescindere dal fare i conti con la propria discendenza di sangue, per quanto sgradevole e piena di lati oscuri, a maggior ragione se si parla di gente che (a quanto pare) per sopravvivere all’ostilità del tempo che passa o di una società che nega qualsiasi forma di riscatto (chiara l’accusa al sistema sanitario, scolastico e lavorativo) si aggrappa anche ad ambienti domestici pregni di negligenza e violenza. E in maniera simile al libro di Roth, Elegia americana cerca di raccontare una delle tante caratteristiche fondanti degli Stai Uniti – il paese delle contraddizioni e dei conflitti per eccellenza – attraverso l’ordinarietà di un piccola e anonima famiglia proletaria che è uscita sfiancata dall’inseguimento di un sogno.

Glenn Close. Still da “Elegia Americana” (2020). Regia: Ron Howard

Ma Howard non è mai stato veramente un regista “del popolo”, o almeno non come certe espressioni del circuito indipendente americano (in Europa parleremmo di Ken Loach o dei fratelli Dardenne). Infatti, basta guardare alla filmografia per capire che si è sempre impegnato nei racconti di uomini stra-ordinari (Apollo 13A Beautiful Mind, Frost/Nixon, Rush e i documentari su Beatles e Pavarotti). Questo, purtroppo, porta il film verso un discreto grado di pomposità (per non dire artificiosità) che in più di un’occasione appesantisce una storia già complessa e angosciante, anche solo per la sua struttura episodica (e inevitabilmente ripetitiva).

In un prodotto del genere non c’è cosa peggiore della costante sottolineatura enfatica, a cui purtroppo contribuisce in parte anche la poco ispirata colonna sonora di Hans Zimmer e David Fleming. Per esempio, nella rappresentazione di una madre tossicodipendente (e qui arriva anche la stilettata verso la tragedia tutta a stelle e strisce dell’abuso di antidolorifici), Amy Adams cade spesso nell’irrealismo da over-acting; la troppa fiducia del regista, pur a buon ragione vista la bravura solita dell’attrice, può significare anche una mancanza di una precisa visione. A perderne è il coinvolgimento e l’immedesimazione dello spettatore, ma Howard non è di certo un regista così sprovveduto.

Consapevole di dover puntare sul messaggio finale del racconto, onde evitare stupidi fraintendimenti di natura politica, Howard affida il peso di tutta l’operazione alla capacità trasformista di una commovente Glenn Close, destinata quest’anno a vincere finalmente il suo primo Oscar di una carriera storica. Spigolosa, burbera, ignorante, fumatrice accanita, perennemente in tuta, spettinata, claudicante, ma con un affetto e un senso di protezione smisurato, il suo personaggio è la chiave di lettura principale di Elegia americana, l’orizzonte verso cui guardare se si vuole capirne il senso e cogliere una certa bellezza; memore di come è stata la sua vita e di com’è quella della figlia Bev, Mamaw non può che spingere il piccolo J. D. (la generazione futura) ad impegnarsi con costanza nello studio e nella realizzazione delle sue aspirazioni. Indipendentemente dalle origini o dal mondo da cui si proviene, l’istruzione è l’unico strumento in grado di spezzare la catena di quelle famiglie soffocate dal conflitto e dalla miseria: solo così è possibile conquistare il tanto bramato Sogno Americano e contribuire affinché la società si trasformi nella versione migliore possibile di sé stessa. 

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