Recensioni

7.3

È quantomeno interessante che il nuovo disco di Ron Morelli, A Gathering Together, esca in un momento in cui ancora si ode in lontananza la scia della polemica tra Steve Albini e Powell. Parliamo della diatriba abilmente sfruttata, in chiave pseudo-situazionista, da Powell per promuovere il suo ultimo lavoro, un botta e risposta via mail che ha visto contrapporre, da parte dell’ex-Big Black, i pionieri della musica elettronica industriale alla club culture contemporanea. L’ascolto di un lavoro come il terzo album di Morelli potrebbe abilmente chiudere la questione con un colpo secco di mannaia. A Gathering Together è un album divisivo che non mancherà di suscitare dubbi tra gli stessi fan di Morelli. C’è chi amerà questa svolta, chi la considererà troppo estrema o pretenziosa, chi ancora la vedrà come una specie d’invasione in territori “altri”. In realtà, con questo disco Morelli ha proseguito il discorso iniziato con brani come Periscope Blues dell’album omonimo del 2014 e Sledgehammer II (dall’album del 2013 Spit), portandolo però all’estremo. Ad onor del vero, anche nel buon EP Backpages (2013) erano presenti droni, derive techno, modulazioni acide e omaggi a Regis, ma con questo nuovo disco si va oltre.

Sgombriamo subito il campo: non si tratta di un disco che appartiene al mondo della club culture. Uscito per la Hospital Productions di Dominick Fernow, questo lavoro si spinge in territori cupamente post-industriali, mantenendo una flebilissima connessione con il mondo della techno e dell’house. Già con un inizio come Cross Waters ci si addentra in territori tra il dark ambient e il death industrial più nero. Il brano fa da apripista a In Secret, episodio esplicito che mischia efficacemente suggestioni alla Prurient con reminiscenze di Maurizo Bianchi. In generale, tutto il disco presenta una sorta di post-techno destrutturata (Desert Ocean), più vicina ai lavori di Mika Vainio che alle cose della L.I.E.S. realizzate in precedenza anche dallo stesso Morelli. Un brano come New Dialect, ad esempio, sembra un pezzo dei Pan Sonic letteralmente masticato e sputato da una specie di Cerbero con le zanne di metallo. The Story Of Those Gone e Voices Rise invece sembrano guardare con ammirazione e riverenza a cattivi maestri come Brigheter Death Now e Atrax Morgue. Lo scenario della club culture viene qui abilmente vandalizzato, ma si può e si deve approcciare questo disco con uno spirito che superi la distinzione snobistica e ormai obsoleta tra musica da dancefloor e musica da ascolto. Oltre a Morelli, l’elenco degli artisti “borderline” si sta allargando a macchia d’olio, basti pensare alle produzioni di un eclettico come Fernow, ma anche al techno noise da rave dell’apocalisse di un Pete Swanson.

Tutto ciò ci spinge a delle riflessioni: come dovremmo considerare Machine Age Voodoo degli S.P.K., la fase “acid” degli Psychic TV, la fase “trance” dei Test. Dept. e i lavori di Chris & Cosey, l’EBM, ecc…? I pionieri della musica industriale hanno aperto la strada (non sono stati “cooptati” come sostiene Albini) a quelle che poi sono divenute frange sottoculturali della club culture. E così Morelli ritorna (forse con molta più classe e profondità di uno come Powell) alle origini e alla radicalità del suono industriale e post-industriale, recuperando anche un sommerso underground estremo. Il cerchio si chiude e forse sarebbe il caso di abbandonare una visione del tempo “progressiva”, in favore di una di carattere ciclico, o quantomeno a spirale, per comprendere meglio cosa ci riserverà il futuro.

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