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7

Accompagnato da un’affiatata formazione comprendente Jacopo Andreini (batteria e sax) e l’intera line-up degli Alba (Marco Anicio alle chitarre, Lorenzo Rizzi alla fisarmonica e Alessandro Ruppen al basso), Bruno Dorella dispensa una raccolta di cinque tracce, registrate tra un tour e l’altro tra il ’98 e il ’01, per una ventina di minuti di suggestive ambientazioni strumentali.

Tra Morricone, la goliardia delle bande di paese balcaniche, il sole terso del Salento e le forsennate danze zigane, i brani scorrono veloci come un fugace pasto consumato con compostezza e appetito, tra un bicchiere di primitivo e una girata di forchetta.
Al calar del sole principia Ronin Theme, coi riverberi di corde e la fisarmonica malata di guittezza; poi Nada, di colpo il buio misurato a forza di corde spellate nel vuoto; segue Canzone D’Amore Moldava, prodigio di memorie dissepolte e sussulti nomadi, fisarmonica sfarfallante, chitarre sull’orlo della frenesia e sax ben oltre il limite; dopodiché la reprise del Ronin Theme, con quelle sordide ambientazioni che si sciolgono nel catrame Los Lobos; infine Outro, microcalvario lo-fi tra lacerazioni dimesse e ferite sottocutanee, field recordings di sguardi silenziosi e anime in combutta col niente.
Il disco è finito. Proprio sullo sbocciare della fascinazione. Rimane l’amaro in bocca, ma in fondo fa parte del gioco: rimane il gesto e rimane l’impronta, indefiniti quel tanto che basta da lasciare ampi margini di manovra alla curiosità.

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