• Mag
    26
    2014

Album

Cherrytree Records, Interscope Records

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Robyn è la disco-diva svedese anni 2000: in un possibile paragone con gli anni Settanta potrebbe essere Donna Summer, con gli anni ’90 Miss Kittin, mutatis mutandis, cioè senza la sensualità della prima e senza le droghe della seconda. I Röyksopp invece sono i re dell’indietronica anni Zero. Nel 2001, con Melody A.M., hanno portato avanti un sentire glaciale e slow che di lì in poi avrebbe influenzato tutta la successiva decade synth-disco-pop. L’incontro fra i due artisti era già avvenuto in varie collaborazioni sia da studio (The Girl and the Robot su Junior e None of Dem da Body Talk) che dal vivo, e la liaison sembra continuare a portare frutti degni di nota.

Il nuovo disco – che è un EP con velleità da album – riprende in maniera sopraffina i trucchi produttivi di Svein e Torbjørn, mescolando il loro savoir faire con la voce della cantante in un intreccio ben dosato, mai banale e godibilissimo sia per l’ascoltatore occasionale di musica pop che per l’amante della softronica nordica. La palette sonora spazia dal jazz slow à la Morphine (l’estatica opener Monument) alla techno progressiva con qualche ricordo neanche troppo mascherato delle produzioni di The Hacker (Sayit), dalla EDM-house da stadio tipo Avicii (Do It Again farà sicuramente il botto in America) all’electro pop bambolina (Evey Little Thing), per chiudere con la malinconia ambient di uno Jori Hulkkonnen (Inside the Idle Hour Club).

Insomma, un disco che non aggiunge molto a quanto già detto dai due produttori e dalla cantante, ma che si fa ascoltare anche in maniera ripetuta, se non altro per l’ottima capacità di adattamento allo zeitgeist musicale contemporaneo dei due produttori, che usano la voce di Robyn come un tool, lasciandole poche aperture e costruendo una macchina tech quasi senz’anima, glaciale e motorik. Una riconferma, quindi, ma senza il botto.

26 Maggio 2014
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