Live Report

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E’ l’ennesima volta che si fa adorare… non so come faccia, ma il tutto alla lunga diventa un marchio di fabbrica, una costante. Ad un concerto di Rufus Wainwright si può star certi che sul palco non salirà solo un cantante, cantautore o un artista… ma qualcuno da ammirare per due ore. Perchè sa conquistare, ammaliare, creare uno show nello show.

Rufus è personaggio singolare, forse fin troppo; capace d’imperlare un’esibizione d’ironia, umorismo, d’adornarlo di trovate a tratti geniali, d’arricchirlo con travestimenti e dileggiando il pubblico conversandoci, scambiandoci battute ricamate con finezza e scoccate all’istante di maggior tensione. Il Conservatorio di Milano si tramuta inevitabilmente in palcoscenico di nightclub, o più finemente di cabaret fine ‘800. L’arte del cantautore americano, poliedrica, si trasforma lungo tutta la durata dello spettacolo…

Nella “scuola di musica” da poco son scattate le 9 di sera, quando sale un arlecchino che ha un album ancora da promuovere. Rufus lo sa bene: impila Release The Stars quasi per intero. Un’ora, poco più per mostrare a tutti il lato letteralmente artistico, cantautoriale, la maturità raggiunta e finalmente l’intensità da cantante puro che forse fino ad ora era mancanza. Da qui scorrono, incorniciate da qualche battuta, dieci brani, dalla title track a Do I Disappont You?, passando per due vecchie conoscenze come Cigarettes And Chocolate Milk e The Art Teacher e quel pianoforte… quel pianoforte! Ti possono anche avvertire di starci attento, ma quando ce l’hai davanti e nelle orecchie, mica puoi non emozionarti come un bambino. Do I Disappoint You? conclude la prima parte di spettacolo… Rufus esce. E il primo bis è lì ad aspettare… il problema è che in ben pochi lo aspettano in questi termini… Sul palco si presenta un soggetto in costume bavarese (avete presente il retro dell’ultimo disco?) e Foggy Day… Judy Garland! Imitazione, tributo, cover, omaggio… chiamatela come volete… ad originalità però, ben pochi rivali! E’ in questi casi che un artista si può definire tale, quando riesce ad onorare, a ricordare degnamente. E non c’è dubbio che lui ne sia stato capace: nonostante la frivolezza, la pomposità d’alcune scene atteggiate è davvero difficile non riconoscerlo dignitoso. Ed If Love Were All era lì a confermarlo. Il ritorno al proprio repertorio pone fine al secondo encore, un assolo a testa per i membri della band e commiato generale. Passa qualche minuto, dei tecnici compaiono sul palco e si portano avanti nel lavoro ammatassando qualche cavo. Parte del pubblico cade nel tranello e inizia a lasciare la sala… ma si è ancora ben lontani dalla parola fine e dalla standing ovation conclusiva

Accappatoio bianco… tre brani per riportare il tutto sui binari giusti e poi… l’exploit conclusivo. Sedia di “spalle”, rossetto, orecchini, gonna, tacchi a spillo calpestanti i componenti della band sdraiatisi per terra, movenze da drag e… Get Happy!… inevitabile. Il tutto prima dell’eccelsa e conclusiva Gay Messiah che torna a rivelare l’anima dell’artista americano. Inutile, davvero inutile sottolineare ancora la pienezza della performance: Rufus Wainwright è riuscito a colmare, a riempire occhi e orecchie, a lasciare quale senso di sazietà paciosa e mite che si vorrebbe incontrare al termine di concerti simili.

1 Dicembre 2007
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