Recensioni

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I saliscendi emotivi dei chicagoiani Russian Circles sono ormai ben collaudati, perché Mike Sullivan (chitarra), Brian Cook (basso) e Dave Turncrantz (batteria) si confermano una volta di più ottimi strumentisti e abili architetti di stati d’animo in musica. I brani di Station, tutti strumentali, sono robusti, asciutti ed austeri. Assecondano dinamiche per lo più semplici ma spesso assai efficaci. Riecheggiano sonorità Explosions In The Sky e, soprattutto, Pelican, e dunque finiscono spesso per corteggiare certo metal (Harper Lewis) se non addirittura per saccheggiarne gli elementi primari (il riffage di Station, la violenza trash di Youngblood). Se galleggiano in stasi quasi Sigur Ros è pur sempre in un’ottica di dinamismo, perché le progressioni, più tardi, si percepiscano più forti (Xavii).

C’è da farsene una ragione: questo post-rock, quello impostato sull’impatto emotivo più che su citazionismo ed intellettualismo continua a vantare innumerevoli rappresentanti e, se ne deduce, uno zoccolo duro di appassionati. Noi, però, continuiamo a trovare davvero poco di stimolante anche nei lavori meglio scritti ed eseguiti – ed è il caso di Station – di questo micro-genere.

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