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L’italian assault al palazzo d’inverno della Denovali assume le sembianze di tre progetti (quasi) in solo caratterizzati da una certa estetica malinconica, cupa e sfumata. Partiamo dal meno “in solo” SaffronKeira, al secolo il sardo Eugenio Caria, che per questo Cause And Effect si avvale della collaborazione di Mario Massa, trombettista suo conterraneo, abile nell’arricchire di cinematica visionarietà l’elettronica a tinte fosche del primo. Glitchismi vari a screziare le atmosfere, dilatazioni tra post-rock sognante, avant-classical e dark umorale, il jazz più noir e sporco che si possa immaginare e un polveroso immaginario western sono (alcune) delle architravi su cui questo lavoro pretenzioso ma perfettamente riuscito, si fonda. Replicare le ottime intuizioni del doppio A New Life sarebbe già stata una ottima prova, ma qui l’interazione tra i due animi affini crea un lavoro di genere di grandissima classe.

Federico Albanese, compositore e musicista milanese trapiantato a Berlino, segue invece la via malinconica attraverso un percorso prevalentemente pianistico infarcito di elettronica lieve, in battuta bassa e sporcato di glitch non invadenti, elaborando tessiture immaginifiche e sognanti. Anche qui a trainare è un senso generale di soundtrack music essiccata secondo i dettami di Satie e sognante ed evocativa come da regolamento, su un asse che genericamente parte dal citato francese e arriva fino a tentazioni popular come Tiersen o Einaudi. A farsi apprezzare è però la classicità e la austera leggiadria con cui Albanese ammanta le proprie struggenti composizioni, in grado di catturare l’attenzione per l’intera durata del disco. Non da poco.

A chiudere, quello che personalmente riteniamo il lavoro più coinvolgente del lotto: Selaxon Lutberg è la sigla dietro cui si cela Andrea Penso, personaggio tanto schivo quanto conosciuto nell’ambiente (non ultima, l’esperienza con Black Moss Records) intento ad intarsiare piccoli affreschi di memorie personali e peregrinazioni interiori – di cui i Simboli Accidentali cui fa riferimento il titolo non sono che i vari turning point – resi sotto forma sonora a suon di dilatazioni ambientali spesso ingrigite da slanci drone. La ricercata poetica dell’artwork – sfumature, distanze, isolamento – rende appieno l’essenza ultima del lavoro: una struggente ricostruzione di minimi recuperi memoriali – alla maniera della abusata madeleine proustiana – tradotti musicalmente come fossero “luoghi della mente”, ora minacciosi, ora cullanti, sempre terribilmente struggenti.

Tre ottime prove, con Selaxon Lutberg a spiccare di un mezzo punto, a dimostrazione della fertilità della scena italiana.

22 Marzo 2014
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