• Set
    30
    2014

Album

Nonesuch

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Tredici anni di carriera alle spalle, sette album pubblicati a suo nome, grandi e numerosi momenti di puro folk: Sam Amidon è di nuovo tra noi, tornato, a solo un anno di distanza dal buon Bright Sunny South, a ravvivare il nostro immaginario folk con Lily-O, una raccolta/rielaborazione di canzone popolari. Un disco che continua il discorso cominciato con il lavoro precedente, e cioè condensare il sostrato intergenerazionale che attraversa decenni di alt-folk e traditional senza cadere nella vuota nostalgia o nel trucco della mera citazione, riuscendo quindi a superare la figura del semplice cantautore per reinventarsi come fine musicista e musicologo.

Un percorso pensato fin dagli esordi, iscritto giocoforza nel DNA del Nostro (come non citare a questo proposito i genitori Mary Alice e Peter nel progetto di storytelling corale The Amidons?), perfezionato nel corso degli anni e dei dischi pubblicati. Sam Amidon è riuscito nell’intento di non diventare egli stesso stereotipo, laddove molti colleghi più o meno illustri hanno invece imbracciato l’acustica per ribadire più la loro appartenenza alla tradizione, che non un sincero confronto con essa.

Per nostra fortuna, Lily-O ha proprio il compito di narrare il nuovo viaggio di Amidon nelle cerchie più profonde del folk americano, battendo i sentieri di country e blues, ma soprattutto psych, per arrivare ad una nuova forma cantautorale e musicale, ancora legata alle prove scorse, ma già rivolta a nuovi orizzonti. Un vagabondaggio nella vecchia e nuova America che prende il via con il banjo vivace dell’opener Walking Boss, arricchita dal violino e dalle percussioni sincopate del chitarrista e compositore jazz Bill Frisell, la cui presenza, assieme a quella dei fidati Shahzad Ismaily al basso e Chris Vatalaro alla batteria, conferisce a tutto il disco una vena di improvvisazione e sperimentazione in più. Si prosegue poi con il languido lamento di Blue Mountains, esempio di quel connubio tra antico e moderno in grado però di orientarsi verso territori maggiormente pop, subito rivoltato dal country travolgente di Pat Do This, Pat Do That, senza dubbio uno dei pezzi più riconoscibili del disco, assieme a Won’t Turn Back, altro sapiente recupero dalla musica popolare qui arricchito dal contrappunto del pianoforte e dall’appassionata interpretazione di Amidon.

Il fulcro, però, è rappresentato dalla title-track, che con i suoi quasi nove minuti si propone come nodo centrale e sintesi dell’album: introdotta da un attacco gospel assorto ma quanto mai potente, e ricondotta a poco a poco dall’acustica nei meandri dell’old time music e dello psych, il pezzo si sviluppa in due parti, poi riunite da chitarra elettrica e voce, quest’ultima declinata ora a canto e preghiera, ora a invocazione e lamento. È, dunque, la proiezione della doppia natura del musicista, ossessionato in egual misura dalla cultura pop quanto dal declino apparente del folk, ma anche in grado di far rivivere un genere che in questi anni ha fatto tante vittime quanti proseliti.

Che l’abilità compositiva di Sam Amidon fosse al di sopra delle canzonette e dell’obsolescenza usa-e-getta di molti gruppi di oggi lo sapevamo da un pezzo, e Lily-O lo dimostra di nuovo. Un disco che già dalle prime note appare come qualcosa di a sé stante, ricercato senza suonare manieristico, profondo senza apparire pesante, per un artista dalla sensibilità consapevole, capace di reiventare una musica ancora in grado di stupire e affascinare.

10 Ottobre 2014
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