Recensioni

7.2

Nelle interviste degli scorsi anni Steven Ellison, che come Flying Lotus rappresenta forse la figura più di spicco di tutta la scena dei beat maker sperimentali USA, si è lamentato di non essere molto connesso ai rapper. Nessuno di loro, specie se di primo piano, bussa mai alla sua porta. E se già questo la dice lunga sul distacco avvenuto tra i producer che hanno guardato altrove (all’IDM piuttosto che al glitch) e il giro hip hop più ortodosso, per una curiosa piega degli eventi questo 2013 oramai finito ha di fatto siglato sia un riavvicinamento importante tra i nerd della produzione e i bad boys dalla rima facile (grazie alla G.O.O.D. music), sia il minimo storico in fatto di creatività del giro wonky.

Del resto già il sig. FlyLo  aveva abbandonato preventivamente l’astronave wonky, già troppo affollata e troppo poco attrezzata per poter accogliere evoluzioni significative e nuovi sbocchi. Nel caso di Cosmogramma e Until the Quiet Comes il producer ha virato verso un’unione più radicale di elettronica e jazz, mentre alfieri british come Rustie e Hudson Mohawke hanno preso pieghe più bass che hip hop, come dimostrano le atmosfere techno-industrial del Yeezus di Kanye West. Fortuna che in questo clima di diaspora c’è qualcuno come Samyiam, che dall’hip hop di Rap Beats Vol.1 viene (e cerca di tornare) verso un drumming dal taglio prettamente 90s, per esplorare nuove possibilità combinatorie.

Il cambio di scenario e di label – visto che siamo passati dalla futuristica Brainfeeder a una sussidiaria della fumatissima Stones Throw – ci viene già annunciato in apertura da una traccia come Pandas, con quel mood soul 70s molto Curtis Mayfield. Una riscoperta, insomma, di un immaginario spaziale ma dai toni analogici che in fin dei conti vuol dire anche risalire, attraverso un mood psichedelico comune a entrambe le estetiche, al nocciolo originario del beat hip hop nella sua purezza, da cui Wish You Were Here riparte giocando con le infinite possibilità offerte dalla tradizione. Prendete Lunch meat: basso e melodia rimangono costanti e fungono da elementi di contorno per una serie di micro variazioni su un pattern di batteria tipicamente boom bap.

Tra inserti afro, jazz e soul, WYWH correrebbe il rischio di scadere in una di quelle sconclusionate raccolte di ritmiche per soli appassionati; invece possiamo reperire un filo conduttore nel tentativo di coniugare un ritorno al beat hip hop con l’eredità spaziale wonky. Quest’ultima non viene abbandonata ma, semmai, decostruita e riassemblata in ritmi più ortodossi, come, ad esempio, nelle basse acquose e nei sample strascicati di Dreams (Green Feelings). Fondamentali rimangono le sperimentazioni su una serie di brani dalla struttura simile che si concludono nell’afrospaziale Wooden Backhand, brano che con un trick classico da DJ come l’inserto di percussioni tribali, cerca di ampliare la palette sonora a disposizione dell’artista. Storia a parte per il beat minimale-spaziale di Snakes on space, forse il vero picco di originalità del set.

A salvare il disco dall’etichetta “per soli appassionati” è anche un minutaggio contenuto, adatto a farlo ascoltare tutto d’un fiato. Non è un album che inaugura una nuova era, piuttosto indica alcune possibili strade da battere per un futuro dell’hip hop sperimentale che attualmente è ancora tutto aperto. 

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