Recensioni

6.5

Ellis Ludwig-Leone ha studiato composizione e musica a Yale, e vuole farlo sentire forte e chiaro. Il suo disco di esordio – che porta lo stesso nom de plume che si è scelto – San Fermin, lo conferma in ogni dove, con arrangiamenti complessi che chiamano in causa il pop orchestrale dei Sixties altezza Scott Walker, ma tende di più ad assomigliare a certe prove non sempre a fuoco dell’ultimo Sufjan Stevens. Certo, il ragazzo ha solo 22 anni e le 17 canzoni sono state scritte nel lasso di sei settimane mentre era intento a coltivare lo spleen tra British Columbia e Alberta. 

Il coté da cui esce San Fermin è la stessa Brooklyn di Grizzly Bear, Dirty Projector (richiamati più volte nel disco) e dello stesso Stevens, un humus nel quale l’arditezza sempre più spinta, il tentativo di dare sempre un scarto imprevisto alle proprie composizioni a volte sconfina nell’eccesso, compromettendo in parte quanto di buono c’è in forno. Difficile isolare episodi singoli, in un disco concepito come un flusso di coscienza unitario. Diremo solo che in un attacco come quello dell’opener Reinassance! si ha per un’attimo l’impressione di essere all’ascolto di un incrocio tra Cherry Ghost e Meat Loaf. Per fortuna non è così, ma il solo fatto che il pensiero possa andare in quella direzione sottolinea come la linea dell’eccesso sia poco, veramente poco, al di là dall’essere scavalcata. 

La varietà di situazioni e soluzioni messe in campo testimoniano sicuramente il talento di Ellis Ludwig-Leone, con un’ambizione fortissima che non diventa molesta, ma che ha bisogno di un giro di ghiera dell’obiettivo per andare davvero a fuoco.

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