• Gen
    22
    2016

Album

Atlantic Records

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La commercializzazione, l’omologazione, lo shopping compulsivo, il materialismo. 99¢ mostra Santigold mantenere il suo spirito da ragazza cattiva, alternativa, che esprime una critica nei confronti della società americana evidenziandone le personalità plastiche che la popolano. «Le persone fanno scelte intenzionali, mediate. Possono essere inquietanti o ingannevoli, possono spaventarci, ma possono essere anche stupide e divertenti. Credo che possiamo imparare a giocare con questi aspetti», dichiara la nostra nella press release dell’album. Santi White sembra voler rappresentare questo teatro di personalità e di maschere, quasi di pirandelliana memoria, con un melting pot di generi e stili racchiuso in un percorso che non ha coerenza musicale, se non nei messaggi lanciati dai testi. E l’elenco dei musicisti che hanno partecipato alla produzione è la conferma di una mescolanza di influenze: c’è il producer hip-hop, iLoveMakonnen, ma anche  Rostam Batmanglij dei Vampire Weekend, Hit-Boy, Dave Sitek dei TV on the Radio, Patrik Berger, oltre a Justin Raisen, Sam Dew, John Hill e Doc McKinney.

Se si volesse cercare un filo conduttore, lo si potrebbe trovare nello spirito dance e bhangra pop. Stile che Santigold aveva già abbracciato nell’ultimo Master Of My Make-Believe, lontanissimo dal pop rock di Santogold, esordio molto più interessante rispetto ai successivi lavori. Poi la giovane americana ha cominciato ad incontrare, e forse a farsi manipolare, dalle schiere dei produttori che le hanno proposto dischi “vincenti”. E lei stessa ha affermato di fare musica non per sé stessa. In un album che punta ad una rappresentazione, orientata all’accusa critica verso le innumerevoli sfaccettature della società, immersa nella smania di apparire perfetta, la scelta di presentare 12 tracce differenti negli arrangiamenti e nella produzione può apparire appropriata. C’è elettronica, trap, dancehall, ballate centrate sulla chitarra: un melting pot di stili riprodotto anche nella copertina dell’album, dove la Nostra è immersa in una confusione di strumenti musicali, chincaglierie e oggetti della vita contemporanea e capitalista.

«All I wanna do is what I do well. If I wasn’t me, I can be sure I’d want to be», l’intento è dichiarato in una Can’t Get Enough of Myself che apre 99¢ con armonie vocali pop e un beat divertente. Si entra in club con Big Boss Big Time Business, dove il riferimento testuale è allo strapotere dei produttori musicali («Make me a mark and I’ll take you one by one»). I contenuti non mancano, i significati, gli attacchi, neanche. Lo stile musicale, però, viaggia sulla superficialità del pop di così tanto mainstream di questi tempi. Banshee, l’episodio più significativo, è un trionfo di synth vivaci e clap esaltati da un coro di voci di ragazzine. Molto Charli XCX. La firma della produzione la dice tutta sulla struttura del brano, scritto da Cathy Dennis, la produttrice di Can’t Get You Out of My Head, successone pop dei primi anni Duemila di Kylie Minogue. Poi si ritrova la M.I.A di Borders nella trap, a tratti inquietante e cupa, di Walking In A Circe, Lily Allen nel synth-pop con tocchi new wave di Rendezvous Girl e la Sia più commerciale in Run the Races, una emozionante ballata. Santigold trova la dimensione e una buona originalità in episodi come Chasing Shadows o nel duetto rap con ILOVEMAKONNEN (Who Be Lovin Me), e recupera lo spirito indie-rock dell’esordio in chiusura (Who I Thought You Were), dove la sua voce si sposa con la chitarra di Rostam Batmanglij. Momenti in cui il timbro vocale di Santi White viene maggiormente esaltato rispetto ai frangenti dell’album più legati alle tendenze arty del momento.

La trasversalità dell’album potrebbe essere letta come una rappresentazione metaforica delle personalità plastiche e multiformi della società. L’intento era quello di creare un album concettuale con temi forti, tra critica al consumismo e attacchi al nepotismo: nei testi Santigold ci riesce, ma la qualità delle tracce e l’eccessiva metamorfosi della sua voce nei vari stili proposti non sembra rendere onore all’obiettivo. Pur peccando a tratti in originalità e personalità, resta comunque un album perlomeno interessante.

7 Marzo 2016
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