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7.7

Dei Santo Barbaro emerge prima di tutto una forza comunicativa importante, che cerca tempo e spazio concedendo ben poco. Canzoni d'autore, le loro, distillate nelle liriche, poco inclini alla narrazione, tagliate come fotografie di guerre, solitudini, schiavitù appartenenti ad un futuro desolato che è già presente. Un folk illividito che nelle tonalità si accosta ai Black Heart Procession, preferendo però trame solo apparentemente tradizionali, in realtà allucinate da stridori Radiohead, elettriche baldorie Nick Cave, nenie in soluzioni folk come le avrebbero fatte i C.S.I.. Tutti riferimenti fin troppo gravosi se non fosse la forza della scrittura, testuale in primis, a levare i Santo Barbaro da un pantano spersonalizzante in agguato come non mai.

Ed è qui che entra in gioco il rimando più prossimo al gruppo, nella densità lessicale dei versi come nel cantato dalla voce traballante e leggermente teatrale, quello di un Giancarlo Onorato che di queste undici tracce sembra essere una sorta di padre putativo. Brani come Nero deserto, Occhi immensi (samba zoppicante sfibrato in fondo da una coda di spezzature e tonfi ritmici), Il mondo è la patria di chi non ha dimora segnano i confini di un'espressività in cui l'essenza nuda degli animi e il bisogno di una rinascita che restituisca ordine al caos sono contrassegnati da un forte rigore poetico e comunicativo.

Non stupisce dunque che in questa elegante riedizione del disco (già uscito nel 2008) venga accorpata da Ribéss Record una silloge di racconti intitolata Un giorno passo e ti libero. Quasi a confermare la centralità della parola nell'economia del gruppo e l'importanza di una (nuova) purificazione di essa all'interno dell'immanente confusione dei tempi che stiamo attraversando: «e ho pensato che forse dovremmo solamente / abbandonarci al rumore del mare / per poi spiaggiarci sull'asfalto / come balene suicide / perché puoi anche uccidere la menzogna / ma è più difficile partorire la verità».

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