Recensioni

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Dopo aver esplorato suggestioni musicali ereditate da Bach e dal minimalismo di La Monte Young in Pale Bloom, Sarah Davachi ha collaborato sul versante elettroacustico con il compositore new-age francese Ariel Kalma (Intemporel, 2019) e ha pubblicato a suo nome due EP registrati a casa (Five Cadences e Horae, entrambi 2020), un libro (Papers) e un nastro per la serie Documenting Sounds di Boomkat (Gathers, 2020), dove ha inserito qualche sketch che sarebbe finito in questo nuovo full length.

Anche se il nuovo album è costato ben due anni di lavoro, che hanno visto la musicista utilizzare organi antichi situati tra Los Angeles, Amsterdam, Chicago, Vancouver e Copenhagen, e nonostante le premesse teoriche sembrassero interessanti (il disco doveva essere a suo avviso una meditazione contemporanea sulla pratica medievale del discanto, sorta di improvvisazione sopra un bordone continuo), il risultato non soddisfa le aspettative. Immergersi nel mondo sonoro statico delle pratiche della musica medievale, rivisitate con una punta di misticismo new age, di solito non è così difficile, ma qui la staticità sembra essere più sintomo di un’impasse compositiva che di focalizzata ricerca sul suono.

Andare a pescare suoni d’organo più o meno nascosti e dimenticati dal tempo può essere una degna operazione filologica o di archeologia musicale, ma il quid che manca è proprio la scintilla compositiva. Lunghe note in pedali soporiferi (Stations II, Still Lives), accordi malinconici con qualche eco (Ruminant), loop più o meno adatti alla meditazione con degli insert di silenzio che avevamo già sentito nell’album precedente e che non fanno più “scandalo” (Midlands) e altre cadute di stile a tratti difficilmente sopportabili (Oldgrowth), rendono l’ascolto del disco faticoso e prescindibile. Gli unici punti degni di nota sono i due singoli cantati dalla stessa compositrice: Play The Ghost e Canyon Walls rivelano un’interessante e piacevole malinconia desertica, ricordando in parte le tinte slavate di Vincent Gallo e le calde atmosfere di scuola Canterbury. Qualcosa di interessante e di liberatorio è presente pure in Hanging Gardens e Gold Upon White: droni che alternano stati introspettivi e cupi a momenti di luce mistica, quasi in contatto con il divino.

In generale però Cantus, Descant risulta banale. Sarebbe stato meglio condensare il droning e i suoni – questi sì interessanti – in brani più elaborati dal punto di vista degli arrangiamenti. Il disco risulta pertanto quasi abbozzato, senza una direzione ben precisa. Purtroppo non è uno spaesamento in cui si può abitare agevolmente, anzi, le strade vanno a parare su una monotonia sterile e di limitato impatto. Peccato.

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