• Giu
    01
    2011

Album

Glitterhouse

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Se la vostra anima andava in cerca dell’anello di congiunzione tra il romanticismo etereo di Antony, il languore torbido dei Tindersticks e la pensosità indolenzita degli Elbow, il tutto magari alleviato da una vaga sbrigliatezza Lambchop, beh, se ancora non vi eravate accorti di Scott Matthew il nuovo e terzo album Gallantry’s Favorite Son è l’occasione per rimediare. Il suo folk ammantato di suggestioni cameristiche, assediato da nebbioline gospel, mantecato d’una teatralità densa ma elusiva, di struggimenti imprendibili come immagini nella lanterna magica, deve molto, moltissimo al particolare timbro della voce: la profondità soul strascicata fino a perdere consistenza ma non il peso specifico, i margini che si sbrecciano per lo sforzo, un velluto che mostra la trama con dignità d’alta sartoria.

Una formula convincente, ma alla prova degli ascolti priva dello scarto talentuoso che renda davvero memorabile quella capacità di operare nel guado della più palpitante malinconia (si prenda Seedling o l’accorata Duet). Tranne forse quando esplora i propri limiti espressivi, come in quella Buried Alive che sembra un Elvis Costello colto da raptus mistico e ugge Fred Neil, oppure quando si smarca con disinvoltura, come in quella The Wonder Of Falling In Love che profuma di Bacharach e Brian Wilson. E’ un buon disco, certo, che però deve più alla capacità di ritagliare atmosfere intense (l’iniziale Black Bird) o caroselli trepidi (vedi la fregola da brass band di Devil’s Only Child o quel brivido tra Tim Hardin e Cousteau di Sweet Kiss In The Afterlife) che non alla sostanza della scrittura.

17 Giugno 2011
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