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7.3

E ancora una volta Scuba spiazza. Una prima volta con l’anticipazione del singolo The Hope, che rendeva chiara una volta per tutte la volontà di scrollarsi di dosso la figura del producer dubstep, riportando l’attenzione sulla spinta dance che rimane l’unico vero filo conduttore costante dell’artista (che sia quella dub-intelligente di A Mutual Antipathy o quella techno di Triangulation). Ma spiazza anche una seconda volta con l’ascolto di Personality nella sua interezza, perché questa non è la tech-house già fatta e finita per il club che aveva sfoggiato nel recente Dj-Kicks, ma una dance più cerebrale, da poltrona, un disegno mentale studiato appositamente per il formato album, che rispolvera house e techno vecchia scuola giocando con gli spazi, con le lentezze, con quelle forme personalissime che han sempre reso Paul Rose uno dei personaggi più sfuggenti della scena.

Un disco dance fatto alla maniera classica, con la testa piacevolmente immersa a quegli anni ’90 e a quella esplosione dell’elettronica tra le masse: gli anni degli Orbital e degli Underworld, del big beat e dell’eurodance, dei rave e delle divas, quegli stessi anni che a loro volta erano in pieno citazionismo dei ’70 kosmische e disco. Tutti fili che emergono uno ad uno, a formare una ragnatela fittissima e iperstimolante, e allora The Hope diventa un viaggio mentale completo, che parte electro-rock, vira big beat e termina prog, con tanto di voce black pescata dalla prima Detroit. Chemical Brothers, Orbital, Crystal Method e Underworld nella stessa caldissima stanza.

Ogni traccia è un mondo a sé, undici volti diversi e compiuti dei pezzi di storia che abbiamo amato. July è il tastierone di Axel Foley su un synthpop votato al funk, Cognitive Dissonance una jungle depurata dal sudore che gioca a rimpiattino con aperture ambient e echi cosmici, NE1BUTU una lettera d’amore a Strings Of Life scritta in pieno umore pop e Underbelly nasconde l’omaggio implicito a Vangelis. Mentre Tulips riscopre il 2-step della synth-eleganza su vocals un po’ Bristol un po’ disco e Action va giù di stomp techno delle origini, Dsy Chn sembra svegliarsi in lande ambient-techno e fugge verso lidi house-party e Gekko, col suo turgore viscerale in 4/4 è l’affondo più deciso nel dancefloor.

Schegge di passato che si intrecciano da ogni parte, ma Personality è tutto meno che un disco vintage. È revisionismo dance offerto al grande pubblico, eattamente a metà strada tra il club e l’ascolto. Un album che si rivolge tanto ai giovani che non hanno esperienza diretta di quel tipo di sballo, sia ai più grandicelli che coi ’90 ci sono cresciuti. È lo Scuba più popular di sempre, cosciente di raggiungere così il pubblico più ampio mai coinvolto, con un disco che attira il neofita, il frequentatore abituale e anche il nerd musicomane che in quel gioco di riaffioramenti storici ci lascia il cuore. È il suo modo di consacrarsi definitivamente come artista a tutto tondo, che può autorevolmente dire la propria sui campi più svariati, ma mai seguendo binari e modalità standard, sempre trovando la via alternativa, il sentiero inesplorato. Per poi diventare il riferimento cardine di tutto ciò che ne deriva. Let’s call it personality, ma è un eccesso di modestia.

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