• Giu
    01
    2011

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Words On Music

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Non se ne parla più molto nei libri, eppure il revival post punk si tiene sempre vivo, nelle band di oggi, a volte con un filo di voce, altre con noncurante spavalderia. Gli Scumbag Philosopher sembrano fare parte di questa seconda corrente, e il motivo è di fatto nascosto dietro la biografia dei componenti.

Il basso di Adam Green e la batteria di Anne Reekie vengono dall’esperienza Fiel Garvie nei Novanta e Fuck Dress nell’ultimo lustro (guarda caso andando a intercettare gli anni d’oro del detto revival). Oggi, insieme a Grant Madden e Jon Burke, non resta che raccogliere l’eredità e farla germogliare in un album, It Means Nothing So It Means Nothing. È impressionante la derivazione della voce di Grant dai primi Fall (a proposito di Reynolds e libri manifesto, avete mai sentito Totally Wired?), ma drizza le antenne anche la sovrapposizione tra critica sociale dei Gang Of Four e le liriche ironiche degli Scumbag. Un velo di esistenzialismo distaccato che però è condotto, musicalmente, più nel terreno degli Interpol che degli Wire (a parte qualche raro caso, come la title-track).

Fossero uscite una manciata di anni fa – quando sono state pensate, probabilmente – queste nove tracce avrebbero lasciato un segno nel dibattito. Ora provocano pensieri e ricordi. E un ascolto discretamente interessato.

22 Novembre 2011
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