• apr
    08
    2016

Album

Dischi Mancini

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Con la pubblicazione del loro primo full length Parapendio, avvenuta ad aprile 2016 per Dischi Mancini, i Senhal, giovanissima band pugliese, hanno raggiunto una prima importante tappa della loro carriera (si sono formati a fine 2013) dopo la pubblicazione del primo EP Bang nel 2014, l’assestamento definitivo della line-up con Donatello Deramo (voce, chitarra), Francesco Petitti (basso) e Davide Morelli (batteria) e un seguente singolo Bianco/Panoramica dell’aprile 2015. Il trio saldamente guidato da Deramo (autore di quasi tutto il materiale) e con un paio di tastieristi (G. Mariani e C.G. Fusillo) e una voce femminile (D. Gasparro) come ospiti, ha licenziato un prodotto che parafrasando le note promozionali del LP, sta in equilibrio su un punto fondante: far coesistere testo e frase musicale in maniera che i due elementi si riflettano l’uno con l’altro.

In effetti Parapendio sarebbe il classico album cantautorale nella tradizione italiana degli anni Settanta (De Gregori, Dalla, Rocchi), se non fosse che il gruppo ha avuto la buona idea di abbinare al testo una struttura musicale indie pop (qualsiasi cosa questo voglia dire: rock melodico, brit-pop, dream-pop) molto più attenta al dettaglio sonoro e al processo compositivo, piuttosto che al risultato, alla forma più che al contenuto. In partiture strumentali che sommano psichedelia, elettronica e shoegaze, quelle che sono soprattutto canzoncine delicate si avvalgono di raffinate tecnologie d’arrangiamento dove il wall of sound diventa aggressività stratificata, lo strimpellio frenetico delle chitarre (a un passo del jingle jangle) diventa un incubo stordente e l’accompagnamento alle tastiere uno sconfinato panorama mentale. In pratica, la soluzione adottata è lasciare la parte iniziale del brano occupata quasi sempre dal canto – spesso un semplice bisbiglio – e inserirvi a poco a poco tessiture musicali che sottolineino adeguatamente il testo o lo contrappuntino fino all’esplosione strumentale nella seconda parte del brano.

Seguendo questa prassi brani come il fragile madrigale di Grande Schermo e la title-track partono con la voce quasi in trance che viene cullata ora da delicate e prismatiche matasse di chitarra, ora da tastiere indolenti, e proseguono in lento crescendo; la lussureggiante Panoramica si risolve in un timido accenno di dream-pop; in Duemila ci si arrischia a spingere il pedale del ritmo deformando la cadenza ballabile e le armonie vocali beat. Nella parte centrale dell’album, la band prova architetture più articolate nella ballata svenevole di Mentre Stai Con Me – che può vantare un intermezzo da cocktail lounge – e in Propagare, immota e atmosferica, come nelle vignette più visionarie di Roy Montgomery, prima di concedersi ambedue a una rovente fuga strumentale negli ultimi 30 secondi. Sfuggono alle regole di base una Fiori introdotta da accordi jazz che si evolve fra synth ronzanti in un barocco progressive rock e la finale Nonluogo, per lo più strumentale, sospinta da un vento elettronico e picchiettata da casuali accordi di piano e folate di mellotron, dove sono inopinatamente le parti cantate a contrappuntare o a fungere da collante fra le parti musicali.

Gran parte dell’album eredita stili musicali fin troppo noti. Dal romanticismo autoindulgente alle impennate improvvise e martellanti delle chitarre e delle tastiere, dal tono vocale languido alle volute vellutate dell’elettronica o della chitarra, qui c’è tutta la storia del rock romantico inglese degli ultimi 25 anni. Il merito dei Senhal sta nell’aver infilato tutti questi input dentro una struttura ordinata dove ogni cosa è al suo posto (incluso l’artwork della copertina, opera di Marina Marcolin). È abbastanza per una opera prima e per un gruppo giovanissimo.

7 Giugno 2016
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