Recensioni

6.7

La Barberia è una bottega da barbiere situata in centro a Modena. Ogni tanto Giovanni (Papalato) e Luca (Mazzieri) ci fanno i concerti e si partecipa su invito. Chi scrive, pur avendo più volte intascato il biglietto da visita col reminder delle date riportato rigorosamente a biro e mano libera, non ha mai trovato l’occasione per presenziarvi. Però possiede le musicassette ad edizione limitata dell’A Lovely Boy EP dei Wolther Goes Strangers, dello split Be Forest/Brothers In Law, della compilation-tributo agli Altro. Perchè La Barberia è anche etichetta discografica.

La Barberia ora, oltre che su nastro, stampa anche su cd. La prima release a beneficiare del doppio formato è il disco d’esordio di Nicola (Setti), cantautore atipico per il fare imbarazzato che indossa anche quando gli viene l’intuizione, la ponderazione – di fatto – esistenziale (Pezzi), di quelle che i più – specie se laureati in Lettere, specie se italiani – esporrebbero con eccessiva boriosità, poeticizzazione o teatralità: lui no.

La proposta di Setti è poi, a maggior ragione, quella di un cantautore atipico per i supporter d’eccezione che lo coadiuvano. Le otto tracce che compongono questo Ahilui sono infatti suonate – oltre che dallo stesso Nicola – dai sopracitati Wolther Goes Stranger. Troviamo dunque Massimo (Colucci) a prestare le drum-machine ed il trapano marchio di fabbrica, a recapitare ritmiche secchissime che saltuariamente ammiccano al surf-pop d’oltre oceano; Linda (Brusiani) a fornire cori distanti ma presenti; l’elettrica riverberata di Luca (Mazzieri, appunto) che qui (Seppia) lavora subdola per scacciare il rischio di troppo marcate inflessioni in zona Dente, là (ZooCugino) squarcia – splendida – l’incedere senza fronzoli dell’acustica.

Siede infine al mastering un Jonathan Clancy (A Classic Education/His Clancyness) volutamente incostante nel tener la voce “up in the mix”; a vedersi bene dal rimuovere la patina (ed indole) lo-fi che esalta un accento emiliano che fa provincia e quindi la confidenzialità dei testi; a rafforzarla, anzi, quasi a mischiare le proprie esperienze con gli spaccati del quotidiano da cui l’autore vede l’America, per quella Kentucky che è (come nei precedenti EP furono Wisconsin e Vermont) esercizio dichiaratamente ispirato dal The Fifty States Project di Sufjan Stevens.

Kentucky è inoltre – a nostro gusto personale – la traccia migliore, ma ad emblema del disco non possiamo che eleggere Dinamiche: un’unica strofa, quella più in rilievo, sospesa su un manto praticamente etereo; un’unica strofa che si tronca, assieme alla canzone, giusto dove – per restare fra i già menzionati – ad esempio i Brothers In Law esploderebbero il riffone praticamente shoegaze, magari da catalogo Slumberland. Il gioco di ambivalenze che sta nel primo verso (“Tu che preferisci avermi dentro che accanto”) vale, musicalmente, per tutto il brano e tutto il disco. Che potrebbe essere una mediazione azzeccata tra il gusto degli italianisti e quello dei più radicali esterofili di casa nostra, che potrebbe piacere un po’ a tutti. Basta accorgersene.

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