• gen
    19
    2017

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Honest Jon’s

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È evidente, se due indizi fanno ancora una prova, che bisogna cominciare a pensare a un nuovo Shackleton, o a una sorta di fase due nel suo percorso musicale ed estetico. Dopo Devotional Songs con Ernesto Tomasini, (ma i prodromi risalgono almeno a Music For The Quiet Hour) in cui le lande sonore del producer inglese si spalmavano su panorami più dilatati e in modalità Coil/This Heat grazie anche al magnetico salmodiare del nostro conterraneo, qui la faccenda si fa ulteriormente straniante, virando decisamente su un versante post-global alla maniera del mai troppo decantato quartomondismo hasselliano. Se in più ci mettiamo che questa collaborazione con Vengeance Tenfold viene dopo alcuni lavori di psicogeografia che i due avevano compiuto randomicamente nel Devon negli ultimi anni, con dettagliata mappatura sonora e visiva (foto e video), allora sarà più semplice entrare in un lavoro che si discosta dallo standard (se di standard si può parlare) di Shackleton, per proiettarsi verso un altrove che probabilmente farà storcere il naso ai die-hard fan. Dopotutto, il percorso di cui sopra è un lento degradare dalle istanze dubstep verso una multiforme ricerca sonora che da un lato ha incupito ulteriormente le sonorità stranianti del producer e dall’altro ne ha screziato le atmosfere, rendendole cangianti come un opale in via di lavorazione e, insieme, sfumate come una cianografia dell’esistente musicale di matrice weird-electro.

In Sferic Ghost Transmits troviamo sei pezzi mediamente tra il lungo e il molto lungo, costruiti quasi come suite in crescendo e che ci dicono di un respiro ampio, trance-inducing, una sorta di inquieto spiritualismo atavico e deforme che dilata il tribalismo da terzo e quarto mondo in un fluire ipnotico tra gamelan percussivi e dub da camera iperbarica, intrecci di percussioni e tappeti elettronici mutevoli, melodia e dissonanza, minimalismo à la Steve Reich e voci misteriche, lente litanie sacrali e spoken-word mefistofelico e balanceiano (la chiosa malata della title track). Un vorticoso giro del mondo che è un frullatore in cui si centrifugano moltissimi input, al minimo dei bpm come in zona Music For the Quiet Hour (disco prodromico per questa fase shackletoniana), ma con lo spessore del post-industrial, l’ampiezza etno, la refrattarietà dell’esoteric e la visione d’insieme di chi sta un passo avanti. T.A.G.C., Coil, This Heat, 23 Skidoo, African Head Charge et similia sembrano essere parte della costellazione di riferimento per questo lavoro, e per chi scrive, shackletoniano della seconda ora, non può che essere pollice molto in su.

6 febbraio 2017
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Shackleton

Music for the Quiet Hour / The Drawbar Organ

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