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7.1

Max Lüscher  è stato uno psicoterapeuta svizzero famoso per avere individuato il nesso tra lo stato psicofisico di un individuo e le sue preferenze cromatiche. La teoria affascinò il ricercatore Alexander Schauss, che sul finire degli anni Settanta decise di testare personalmente gli effetti dei colori sulla psiche. Si mise, quindi, a fissare un pannello rosa e notò che effettivamente battito cardiaco e respirazione calavano rispetto a esperimenti fatti con altre sfumature cromatiche. Quando qualche anno dopo fu deciso di usare la tonalità Baker-Miller Pink (o Drunk-Tank Pink) nel carcere di Washington la conferma arrivò nell’arco di un anno: quel colore rilassa e placa la violenza.

Il concetto ha colpito di primo acchito Charlie Steen, che ha dirottato i suoi Shame dalla furia di Songs of Praise alla varietà di Drunk-Tank Pink. Il secondo album del quintetto di South London intercetta le geometrie schizofreniche dei Talking Heads (Nigel Hitter), quelle math rock di Born in Luton, e, come gran parte dei gruppi del revival post punk britannico, ha il suo debito verso i Fall e il cantato viscerale di Mark E. Smith (vedi Station Wagon). Il tutto condito con una patina di pop che non guasta. Nel flusso di brani ci sono soluzioni che rimangono in testa, come il riff di chitarra di Snow Day o la scelta di aprire le danze con Alphabet. E poi, la contrapposizione tra la voce di Steen, che suona secca e leggermente saturata, e i cori scomposti (Great Dog) dei suoi compagni di band crea una tensione che il più delle volte funziona. Anche quando i toni si fanno più cupi e riflessivi, come in Human, for A Minute.

Drunk-Tank Pink è un disco interessante, che ha avuto più o meno la stessa genesi di A Hero’s Death dei Fontaines D.C.: una band nel bel mezzo del tour che non vuole essere risucchiata nella routine e sfugge da tutto ciò ripiegando sulle proprie nevrosi, scavando nella propria psiche. Forse, però, gli Shame migliori non sono ancora questi. Sì, perché se provassimo a immaginare per un attimo l’atmosfera di questo album intrisa della ruggine del debutto, il risultato potrebbe essere davvero d’impatto.

Ma i “se” e i “ma” stanno a zero, quindi bisogna prendere Steen e soci per quello che sono: una buona band post punk che ha (molto) potenziale e che oggi ha scelto di mostrarci un lato più oscuro, meno sorprendete, ma comunque interessante della sua identità. Messi da parte i due difetti principali di Drunk-Tank Pink – ovvero qualche lungaggine di troppo e riferimenti a volte parecchio evidenti – gli Shame restano un gruppo di cui fidarsi, perché la loro musica trasuda di sincerità. Quando ci raccontano di voler cambiare le lenzuola del letto per sentire una sensazione di freschezza, domandandosi se mai una lunga giornata finirà perché «I need a new beginning», si fa fatica a non volerli avere accanto al pub per far fuori un numero indefinito di pinte.

In attesa di poterlo fare, di ritrovare una socialità ormai quasi dimenticata, possiamo elevare i brani di Drunk-Tank Pink a colonna sonora di questi tempi duri. Non le canzoni che stravolgeranno le nostre esistenze, ma proprio quello che il rosa era per Lüscher: un punto da fissare per allontanare momentaneamente le tribolazioni quotidiane. Non è poco, vero?

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