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Se pensate ai film cult anni Novanta è impossibile non trovare in un listone ideale il nome di Shane Black. Sceneggiatore tra i più arguti e ironici a Hollywood, il Nostro si fa notare prestissimo alla fine degli inebrianti eighties grazie ad Arma letale (scritto a soli 22 anni per Richard Donner), contribuendo così a fissare dei canoni ben precisi per tutto un determinato cinema action dal sapore scanzonato, ma dal ritmo serratissimo. Con un’ironia che è parente stretta di Quentin Tarantino (basti pensare a pellicole scritte da quest’ultimo e dal gusto affine come Dal tramonto all’alba e Una vita al massimo), Black ridefinisce il decennio successivo a colpi di pellicole che, nonostante performance dimenticabili al box-office, si trasformano immeditamente in cult generazionali (L’ultimo boy scout, Last Action Hero, Spy). Da questa semplice, ma fondamentale premessa è possibile inquadrare il suo The Predator attraverso un’ottica che non sia la semplice operazione commerciale che continua a spolpare un brand notissimo pur non avendo tutto sommato nulla di nuovo da aggiungere, se non semplicemente battere cassa finché qualcuno ancora si ricorda del mostro ideato da Jim e John Thomas nel 1987 e portato al successo dalla pellicola diretta da John McTiernan con Arnold Schwarzenegger.

Sia chiaro, il film è anche questo, ma prima ancora di essere l’ennesimo sequel di Predator, prima di essere l’ennesima operazione a metà strada tra il reboot e il sequel diretto come va tanto di moda adesso (Creed, Jumanji, Jurassic World), The Predator è sostanzialmente un film di Shane Black. In esso ritroviamo tutti gli stilemi del suo cinema: una buona predilezione per il cameratismo maschile, un’ironia spalmata su tutta la trama (risvolti drammatici compresi), un ritmo forsennato nel montaggio delle scene action in cui si sottolinea una visione dello spazio scenico invidiabile, e a condire il tutto l’immancabile e dichiarato menefreghismo verso ogni tipo di logicità. Perché potremmo star qui delle ore a elencare l’infinita serie di nonsense e incoerenze che frantumano ogni parvenza di realismo, ma sarebbe come chiedersi perché il John McClane di Bruce Willis non muore almeno trentasei volte in Die Hard.

Black, invece, procede sicuro per la sua strada e omaggia come può il classico di McTiernan (che lo vide partecipe back in the day come attore) con un racconto che più lineare non si potrebbe e un gruppo di militari reietti stupidi quanto basta per strappare sonore risate (su tutti Thomas Jane e Keegan-Michael Key) e sistemare la situazione. Mettici anche che adesso i Predator se le danno di santa ragione pure tra loro, ed il gioco è fatto: un’ora e quarantacinque minuti di botte da orbi, inseguimenti, battute al vetriolo (memorabile quella su Whoopi Goldberg), ammiccamenti vari a temi come il mutamento climatico, il bullismo, ovviamente il #MeToo e una sana dose di nostalgia garantita da una struttura che ricalca consciamente le pellicole di due decenni fa, pur essendo memore della lezione degli anni Dieci dei Duemila (lo spettro di James Gunn e i dei suoi due Guardiani della Galassia aleggia costantemente su tutta l’operazione).

Certo, Boyd Holbrook (già visto in Logan) non ha il carisma di Bruce Willis né di Arnold Shwarzenegger e Sterling K. Brown spiazza in veste cazzona e sembra pure divertirsi parecchio, ma se The Predator riesce a farci dimenticare la totale inutilità di un personaggio come quello interpretato da Olivia Munn (decisamente forzato e posticcio), allora si può brindare al parziale successo dell’operazione.

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