Recensioni

7.2

Gli artisti avvolti nel mistero non mancano di certo nella musica, e in particolare nella musica elettronica. Tra alias per disseminare la propria identità, white labels, tracce senza titolo, sigle e pseudonimi criptici con cui alimentare il culto e il mercato di nicchia, la corsa al mistero non è di per sé un fatto misterioso. C’è però chi misterioso lo è per indole più che per scelte artistiche e promozionali. Chi preferisce restare ai margini della scena, piuttosto che salire su un palco mascherato. Mettere il proprio nome senza reticenze sui dischi, ma rilasciare materiale con parsimonia e inaspettatamente, senza fanfare e campagne di promozione virale.

Uno dei più illustri rappresentati della figura d’artista schivo e menefreghista è il giapponese Shinichi Atobe. Una storia quantomeno bizzarra, la sua: dopo un folgorante debutto nel 2001, con un ep sulla leggendaria Chain Reaction, sparisce dai radar per anni. Il mistero intorno alla sua figura colpisce anche i Demdike Stare, che si mettono sulle sue tracce finché, a sorpresa, nel 2014, il giapponese recapita al duo un album con materiale inedito e d’archivio. Queste tracce finiranno su Butterfly Effect, rilasciato sulla DDS dei Demdike Stare, cui seguiranno – sempre con recapito postale inaspettato, poche o nessuna nota di presentazione, e brani dai titoli enigmatici e seriali – World (2016), From The Heart, It’s a Start, a Work of Art (2017), e Heat (2018). A distanza di due anni, il Nostro ritorna con Yes, e conferma quanto già mostrato col precedente album. Se l’ep del 2001 e tutta la produzione successiva attingevano a piene mani dalla dub techno più minimale e morbida, facendo l’occhiolino tanto alla deep house quanto ad astrattismi ambientali (e all’estetica click’n’cuts a cavallo del nuovo millennio, palese nella consistenza timbrica degli hihat), con Heat arrivava il cambio di rotta: una virata, graduale ma palpabile, verso un sound più seducente e spumeggiante, più house e meno techno, più deep e meno dub. E se Heat, già dal titolo e dall’assolata spiaggia ritratta in copertina, accendeva il riscaldamento in casa Atobe – una casa abituata perlopiù alle basse temperature della dub techno e di ghirigori ambientali – scoperchiando la passione del nostro per il sentire della wind city e della New York più deep; ecco che Yes, in questo 2020 così nefasto, ci presenta un Atobe che non ha paura di sfoggiare i suoi abiti più luminescenti e – relativamente – colorati. Riusciamo quasi ad immaginarcelo, recluso in studio, col sorriso stampato in faccia mentre programma le drums e inietta dosi di riverberi nelle melodie. Il sorriso di chi dice sì, per l’appunto; di chi emerge da una reclusione autoimposta (geograficamente e musicalmente) e apre la porta di casa con un pizzico di leggerezza e spensieratezza che non hanno mai fatto male a nessuno.

Da notare la ricorrenza dell’elemento acquatico (oceani, laghi, pioggia) nei titoli. Rimando alla dub techno acquatica sondata in passato? Affinità col fluire ininterrotto delle cose e della vita? Memento dell’onnipresente mood immersivo? Non lo sappiamo. Quel che è certo è che adesso l’immaginario audio-visivo, dagli abissi inscrutabili e misteriosi dei primi lavori si è aperto ad una concretezza terrena, più godereccia ed edonista, seppur ancora marcata da una certa compostezza. Difatti, se le copertine dei primi tre album erano eminentemente astratte e monocromatiche, e Heat ci portava in spiaggia, Yes già dalla cover mostra terreno, piante, palazzi e cielo. Il mondo inizia a farsi sempre più concreto, palpabile. Via con l’ascolto, quindi.

Apre le danze Ocean 7 con i suoi svolazzi sintetici a metà tra minimalismo anni ’60 e atmosfere sci-fi detroitiane. È l’unica traccia senza percussioni, anticamera per i restanti 40 minuti in cui la pulsazione della cassa batterà soffice e imperterrita. Fatta eccezione per il drumming tribale di Lake 3, la struttura dei brani è omogenea e non riserva sorprese a livello macro. Cassa dritta intorno ai 120 bpm, battito ovattato e mai troppo aggressivo, una o più linee melodiche loopate ad oltranza, ticchettii degli hihat e rullanti occasionali, e tanto riverbero. Sembra poca cosa, detto così. E invece mr. Atobe riesce là dove molti in questo campo falliscono. La sua forza sta nella semplicità delle sue composizioni, nella capacità di scegliere quei loop sapendo che continueranno a riecheggiare a lungo nella mente dell’ascoltatore.

Lake 2 calibra il tiro accoppiando kick ovattati e bassline di scuola Chain Reaction con melodia deep, mentre Rain 3 sembra quasi rifarsi alla trance (ma col freno a mano), e sul finale abbozza addirittura un pattern dembow ripercorrendo l’asse Berlino-Caraibi già sondato dai sempreverdi Mark Ernestus & Moritz Von Oswald. La title track svetta per la semplicità e l’ipnotismo delle sue linee melodiche, condite da staccati che in altri contesti farebbero accendere la spia ‘euforia rave’, ma che tra le mani del giapponese si adagiano sul moto perpetuo della cassa e spingono a chiudere gli occhi, ondeggiare lenti e sinuosi, e indugiare in quella zona grigia psicoemotiva in cui libidine e malinconia sono un tutt’uno. Ironicamente, il brano forse più dj-friendly del lotto è anche il più breve. Loop 1 – nomen omen – è una bomba techno troncata dopo neanche tre minuti, ulteriore dimostrazione (non proprio necessaria, stavolta, tocca dirlo) da parte di Atobe della sua imprevedibilità e menefreghismo verso il buonsenso interno alla musica dance. Il meglio è riservato per la fine, e così Ocean 1 chiude nel segno dell’eleganza, summa della commistione tipicamente atobeiana fra sensualità di ascendenza house e immersività di scuola Basic Channel/Chain Reaction. Loop melodico ripetuto all’infinito, bassline strabordante, raffica di hihats e stoccate di piano a traghettare il brano, e l’ascoltatore, verso vette di contemplazione estatica. Chapeau.

Probabilmente Yes è l’album più coeso e internamente coerente di Shinichi Atobe, la cui unica pecca (e non è una novità) è quella di un minutaggio forse eccessivo a fronte di composizioni che potrebbero evolversi maggiormente. D’altronde, col producer giapponese è sempre così. Prendere o lasciare. E se la monotonia minimalista può essere un difetto, al contempo è l’arma principale del nostro, abile come pochi a trovare i giusti loop melodici – melodie che, nel mix come nell’impatto psicoemotivo, hanno quasi sempre un ruolo di primissimo piano a discapito delle ritmiche – e lasciarli srotolare per sprigionarne appieno il potere ipnotico.

Yes si dimostra quindi l’album che testimonia l’avvenuto cambio di rotta per questo artista elusivo, ormai avventuratosi senza remore in una formula sonora che irradia nuova luce e maggior calore su un’architettura rimasta pur tuttavia immutata nelle fondamenta. Less is more, per la gioia di tutti gli amanti dei battiti ovattati e delle melodie inebrianti.

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