• nov
    04
    2016

Album

Domino

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Il 1976 è l’anno del suo ultimo disco ufficiale in solo, Amarath, seguito solamente dal duo con la sorella Dolly, For as Many as Will, del 1978. In quello stesso anno arriva il colpo decisivo, quello che mette in ghiaccio (sembra) per sempre la carriera: disfonia. E che cosa può essere una cantante folk senza più la sua voce? Meglio un dignitoso e appartato silenzio. Ma la vita non è mai così lineare, tutt’altro. E qui la svolta ha un nome e un cognome: David Tibet. Il leader e deus ex machina dei Current 93 è uno che di folk se ne intende e non ha dimenticato la luminosa carriera che Shirley Collins ha messo insieme tra la fine degli anni Cinquanta e quell’infausto ’78. Chissà se ha fatto appello al diavolo (non stupirebbe, viste le tematiche che frequenta abitualmente) o ad altre tecniche persuasive, fatto sta che nel 2014 Shirley Collins, la cantante senza più voce, torna a suonare e cantare alla London Union Chapel in apertura a un concerto dei Current 93. È uno show che non nasconde tutte le difficoltà di chi ha perso l’abitudine ad esibirsi. Ma tanto basta perché la Collins ritrovi evidentemente abbastanza fiducia da gravitare stabilmente attorno ai Current 93 e ai suoi accoliti.

Lodestar è una conseguenza quasi naturale, un passo che ora si può fare. Registrato direttamente nella sua casa, nel Sussex rurale, non è però l’album che ci si potrebbe aspettare da una signora di quasi 82 anni. Non c’è un grammo di indulgenza verso il proprio passato, non c’è un suono dei dieci brani che sia messo su disco pensando al peso della sua carriera. È, al contrario, un disco che nel suo deciso segno nero, macabro, apocalittico, suona modernissimo nell’essere fuori dal tempo. Con un repertorio di soli traditional inglesi, scozzesi, americani e cajun, Shirley Collins ci porge il suo sguardo sul mondo, e non è uno sguardo indulgente o la carezza di un vecchio, ma lo schiaffo di chi non può tacere di quanto sangue, violenza, ipocrisia, sofferenza sia costellata la Storia e ogni storia. Lontana dall’elegante ironia nera dell’ultimo Leonard CohenLodestar ha più il piglio delle Murder Ballads di Nick Cave o degli American Recordings di Johnny Cash.

L’apertura del medley Awake Awake—The Split Ash Tree—May Carol—Southover è un biglietto da visita perfetto, tra l’esile voce dell’apertura, la potenza ieratica della cornamusa che porta alla calma della carola e infine alla danza, ma con l’invito alla redenzione dei versi «repent, repent, sweet England, for dreadful days are near», che stabiliscono il tono apocalittico che pervade tutto l’album. Non lasciatevi quindi ingannare dal cinguettio di uccellini che accompagna la seguente The Banks of Green Willow o la risata in coda a Old Johnny Buckle: anche il più semplice e puro dei piaceri non può che essere, schopenhauerianamente, un attimo di stasi del pendolo della sofferenza. Prendete solo il titolo di una ballad veramente murder come Death and the Lady o la violenza del rifiuto del dottore in The Rich Old Irish Lady: il mondo visto attraverso le canzoni scelte di Shirley Collins è un mondo privo di rimorsi, senza pietà, castrato di ogni elemento consolatorio. Lodestar è un disco duro, senza compromessi, che si regge tanto sul carisma della sua interprete, quanto sul suo talento di infondere vita al sangue (spesso infetto) e alla carne (spesso marcescente) scelta come materia fondante della propria poetica. Uno dei dischi dell’anno.

23 novembre 2016
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