• Lug
    08
    2016

Album

Loma Vista, Letter Racer

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Ciclicamente escono dischi che suonano come affreschi contemporanei di un preciso luogo o di una singola città. In questo senso New York – ovviamente – è stata più volte la protagonista, grazie all’innata capacità di nutrire costantemente un certo tipo di fascino impregnato di controcultura in grado di raccontare gli stati d’animo e le estetiche dell’here and now di determinate nicchie – più o meno estese – cittadine. La Grande Mela non ha mai smesso di donare linfa vitale alla scena internazionale (si pensi ad esempio a tutta l’epopea Brooklyn/Williamsburg, simbolo per eccellenza a cavallo tra anni Zero e anni Dieci della cultura hipster), ma, escludendo i cliché east coast rap e il pur ottimo Modern Vampires of the City, è forse dai tempi di Is this it? e Turn On The Bright Lights che non si respirava in modo così palpabile l’aria della City, come invece si respira in Body War, l’album d’esordio dei Show Me The Body.

Il racconto NY-based dei Show Me The Body dialoga con l’attualità proponendo contesti underground-urbani che denunciano l’ingiustizia sociale, le discriminazioni e l’abuso di potere. Così, alla stregua del discorso portato avanti dagli Algiers in chiave soul, anche in questo caso il (post)punk diventa principalmente il modo più immediato per riversare la rabbia sovversiva e per denunciare contraddizioni ingiustificabili. Ma se con gli Algiers la catarsi avviene in primis a livello spirituale (e da qui gli agganci al gospel), nel caso dei SMTB si rimane ancorati alla quotidianità della strada e di conseguenza al lirismo, ai crismi e allo slang del rap. Nasce così un incrocio tra il rap aggro-sperimentale anni Dieci (Death Grips, clipping. e gli stessi Ratking, loro compagni nel collettivo Letter Racer) e contaminazioni di varia natura che a tratti riportano il discorso su latitudini stilistiche non troppo lontane da quel crossover che andava a modellarsi quando i tre newyorkesi (Julian Cashwan Pratt, Harland Steed e Noah Cohen) non erano ancora nati. Il flow impastato di Cashwan Pratt suona come una versione viscerale e MC Ride-influenced della scena californiana dei Faith No More del periodo Chuck Mosley, dei RHCP di Uplift Mofo Party Plan o dei Body Count di quella Cop Killer, per certi versi affine alle tematiche dei SMTB: Chrome Exposed è un nuovo manifesto anti-cop, ma un po’ in tutto Body War – contornate da un vasto assortimento di fuck – emergono conflittualità simili. «Who do I fight for me these pigs around me. I think about my city when I think about hell. You could fuck in a city die in a cell», recitano ad esempio i Nostri in Tight SWAT.

Sotto l’aspetto prettamente musicale, la situazione è variegata e generalmente più vicina alla storia newyorkese, con Cashwan Pratt che disegna riff angolari vagamente no wave con il suo banjo distorto, mentre Steed (basso) e Cohen (batteria) alternano passaggi di micro-virtuosisimo art a pestaggi sonici che incitano all’headbanging. Tutto è destrutturato in un violento susseguirsi temporalesco di lampi, tuoni, pause e tensione. All’interno della mezz’ora di Body War, a fare da cornice al concetto di post-crossover caustico troviamo riff plumbei negli intagli noise di Worth One, abrasioni post-hc in Two Blood Pacts, fraseggi US-indie in Metallic Taste e ambienti claustrofobici in Honesty Hour.

Cashwan Pratt & soci hanno tanto da dire e lo fanno senza nessun tipo di compromesso. Per il momento manca forse quella quadratura del cerchio a livello di fruibilità che in passato rese possibile il consenso trasversale dei RATM. Probabilmente non è a quelle grandezze che puntano i Show Me The Body, ma messaggi così forti necessitano di una diffusione su una scala diversa per funzionare pienamente.

13 Luglio 2016
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