• Dic
    01
    2010

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Souterrain Transmissions

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Questo gioiello di indie-pop solare e colto è il quarto episodio discografico per un artista classe 1980 che fa tutto da sè. Ogni suono prodotto per realizzare queste dodici tracce è il frutto delle capacità polistrumentistiche di Shugo Tokumaru, che a cinque anni ha cominciato a pestare i tasti del pianoforte e a diciassette già componeva le canzoni per la sua prima band. Nei trentasette minuti di Port Entropy si cercano e si prendono, si toccano e si fondono due tradizioni come quella giapponese, evidente nella strumentazione e nelle atmosfere, e quella pop inglese, che emerge a più riprese e rende conto di quella che sembra essere stata la sua prima passione musicale: i Clash. Ma i riferimenti sono, in realtà, pressoché infiniti e si potrebbe riempire la recensione solo citando le influenze più o meno manifeste. Quelli che non si possono tacere sono John Lennon, che ci si aspetta da un momento all'altro arrivi per intonare Strawberry Field, la Yellow Magic Orchestra, Robert Wyatt, che aggiunge quel tocco di Canterbury che rende il tutto anche bucolico.

A dispetto dei titoli, tutti in inglese, Shugo canta esclusivamente in giapponese, aggiungendo fascino alle sue composizioni, che finiscono spesso per assomigliare a un film di Hayao Miyazaki: c'è nelle sue canzoni l'agrodolce e perfetto equilibrio tra la gioia, ma mai urlata, piuttosto trattenuta, rimessa completamente al campo dello spirito, e la nostalgia candida del sogno. Tracking Elevator mette in campo la coralità giapponese, ma immediatamente dopo, Linne si apre con Erik Satie che incontra i Jaga Jazzist. Drive Thru è puro vaudeville, come se Neil Hannon suonasse con i Pavement e River Low mette un crescendo post-rock/prog al servizio di un bozzetto da tempio shintoista, con tanto di campanelli e strumenti giocattolo.

Probabilmente Port Entropy verrà snobbato da molti, perché in tempi di velocità e fretta è troppo faticoso lasciare che un disco si prenda il proprio spazio nei nostri ascolti. Ma se glielo lasciate prendere, questo piccolo capolavoro di indie-pop entrerà nelle vostre classifiche di fine anno. Comincerete a recuperare i dischi precedenti e a seguire Shugo Tokumaru come uno dei novelli artigiani del pop, capace di utilizzare un linguaggio abusato, per ricavarsi la propria voce personalissima.

18 Novembre 2010
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