• Lug
    08
    2014

Album
Sia

RCA

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Strana carriera, quella di Sia Furler: dagli esordi figli delle ultime battute della scena downtempo venata soul a cavallo del millennio, al primo successo minore (Taken For Granted), fino al brano simbolo Breathe Me del 2004 – divenuto poi famoso nel tempo dopo essere stato incluso in qualsiasi telefilm, film, spot tv e amenità varie -, Sia è rimasta proprietà di pochi appassionati tanto che la sua opera migliore, Colour the Small One – in cui era contenuta Breathe Me – si fermò alla posizione 180 in UK e nella madrepatria Australia non entrò neanche in classifica.

Neppure la via parallela come vocalist dei Zero 7 – sua la voce nella canzone più famosa, Destiny – le ha garantito quella visibilità di massa che si è presentata solamente con il nuovo decennio, dopo un periodo molto difficile a livello personale, non tanto grazie all’album We Are Born, quanto a collaborazioni di dubbissimo gusto – Titanium e She Wolf di David Guetta e Wild Ones di Flo Rida – che per quanto possibile hanno innalzato di un millimetro l’operato dei due, fino al recente gioco a tre con Diplo e The Weeknd in Elastic Heart per il blockbuster The Hunger Games: Catching Fire. Come se ciò non bastasse, la Furler negli ultimi anni ha scritto brani per Rihanna e per recenti disastrosi dischi di Christina Aguilera, Britney Spears e Shakira. Facile vedere nell’artwork del suo sesto album 1000 Forms of Fear l’immagine di un artista che, nonostante i numeri uno e la fama ottenuta, non è ancora diventata un’icona pop dal volto conosciuto, ma un’indistinta cantante bionda abituata a lavorare all’ombra delle stelle più luminose.

Con 1000 Forms of Fear, Sia ha quindi l’occasione di riproporsi in una veste credibile ma, per la prima volta, con tutti i riflettori del circuito mainstream addosso. La Nostra risponde alla chiamata con un singolo, Chandelier, calibrato intelligentemente a cavallo tra elettropop da classifica (e i risultati infatti parlano chiaro) e spunti vocali che non nascondono un background più alto. Nessuna lista di superproduttori – l’intero lavoro è stato messo nelle mani di Greg Kurstin, anche co-autore – o soluzioni sfacciatamente riempi-airplay o riempi-pista: 1000 Forms of Fear è in tutto e per tutto un album in linea con i precedenti lavori di Sia, con sporadiche cessioni a sonorità più patinate.

Oltre alla già citata Chandelier, sono presenti altri pezzi degni di nota: da Burn The Pages – traccia che i CHVRCHES potrebbero ribaltare e rendere propria – passando per l’orecchiabile Eye of the Needle e finendo con Straight for the Knife, scritta a quattro mani con Justin Parker (uno che sa come trattare le pop-ballad, vedi il lavoro con Lana Del Rey o il singolo Laura di Bat For Lashes), la prima parte del disco trova l’unico pezzo debole nella sbarazzina e fin troppo influenzata dalla scrittura di Nick Valensi (The Strokes), Hostage.

Dopo l’interessante – ma comunque immediata – Fair Game e il suo ritornello ad altezza Ultraviolence, 1000 Forms of Fear perde spinta in una seconda metà di scaletta in cui Sia si mostra in una veste più anonima, soprattutto nei passaggi meno riflessivi musicalmente come Free the Animal (roba da Pink) e il suo ritornello da jingle pubblicitario o Fire Meet Gasoline, non troppo distante da alcune cose targate Rihanna. Regge invece Cellophane, brano che si spinge oltre il mood generalmete dimesso del disco avventurandosi in affascinanti territori art-pop.

Vicina ai quaranta, Sia tenta di nascondere l’avanzare dell’età (cosa che riesce probabilmente a Robyn e a poche altre) con un disco che parla il linguaggio del pop moderno, abbracciandone sia i lati più deplorevoli, sia i lati più genuini. Considerata l’attuale posizione, era forse l’unica mossa possibile per non deludere né l’RCA, né i fan della prima ora.

15 Luglio 2014
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1000 Forms Of Fear

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