• apr
    01
    2008

Album

EMI

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Parola chiave: Abbey Road. In realtà solo una canzone vi è stata incisa, il resto ha preso vita – previa la coproduzione di Flood– tra New York, Reykjavik e addirittura l’Havana, ma dei mitologici
studi londinesi sembra pervasa tutta l’attuale idea pop dei Sigur Rós.
Per farsi un’idea della strada percorsa dai fasti del secondo album,
basti confrontare due mini suite come la vecchia Ny Battery e la nuova Festival:
nella prima sbuffi di geyser e ululati di navi immani, nell’altra un
viluppo angelico tra chiesastico e beachboysiano, da quel fascino
sismico e brumoso all’attuale raffinata, eterea veemenza. L’enfasi
orchestrale come un accidente calcolato sulla fragranza delle voci,
delle corde, delle pelli. L’epifania del suono come parte del vivere
stesso, l’atto della ripresa sonora come strumento anzi pelle del suono
stesso, un suono-vita. Gioco giocato con le dinamiche vellutate e i
timbri cremosi di archi (le fedeli Amina) e ottoni,
su cui spandere un immaginario di ectoplasmi e perturbazioni
elettroniche, retaggio di un antico esotismo ormai precipitato tra gli
uomini e in un certo senso – oseremmo dire wendersianamente – bramoso
di cielo.

Insomma, gli ex-oggetti misteriosi del
pop-rock alternativo sono germogliati sul davanzale del mainstream,
fiore sontuoso e fragile che accetta di confrontarsi con idiomi più
potabili senza fingere disinvoltura anzi alludendo ad una sublime
precarietà. Attori in un ruolo che non gli appartiene, investono di
buon grado e senza mezze misure la loro calligrafia e la sensibilità
estetica, giocandosela sul terreno dei Coldplay “enianizzati” riuscendo d’amblé a suonare più eniani di loro: sentite la densa impalpabilità di Góðan Daginn e di Suð Í Eyrum, quell’impeto di bambagia e le aureole luccicose, la melodia sobria ma avvolgente come un retrogusto U2 – quelli eniani, ça va sans dire – nella frugale e squillante Við Spilum Endalaust.

C’è anche una brezza tribal-freak che potremmo dire modaiola, soffia forte nel singolo Gobbledigookper poi riaffiorare in filigrana qui e là, ma sembra più che altro un
espediente estemporaneo, funzionale al senso di progressiva,
ineluttabile contrizione che percorre la scaletta. Cui corrisponde un
sempre più intimo abbraccio melodico, come se i Sigur ti avvicinassero
le labbra alle orecchie per sussurrati il loro infinito ronzio di
consolazione. Se Ára Bátur – ecco il pezzo inciso ad Abbey
Road in un solo take con un’orchestra di 70 elementi – ricalca il
tipico schema delle loro mini-suite (una lunga dimessa pulsazione, una
dolcissima mestizia che si espande sullo sfondo vaporoso, poi l’innesco
del crescendo che in questo caso è un mantice d’archi, legni e ottoni
tra il pastello ed il barocco), l’accoppiata Illgresi e Fljótavík rimandano al Corgan minimal crepuscolare di Adore, a sua volta debitore del Peter Hammill più quieto, mentre la conclusiva All Alright è un congedo mesto e malfermo che scomoda il Peter Gabriel di Wallflower nientemeno.

In
conclusione, abbiamo questa band che è scesa sulla terra ma ancora
soffre un magnifico complesso di alienazione. Una band molto ambiziosa
ma discreta, romantica nel mescolare bizzarrie avant e languori demodé,
pervicacemente aggrappata a un’idea pop che non smette di volersi
vivida conseguenza e immaginifico lenitivo della realtà.

7 Luglio 2008
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album

Sigur Rós

Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust

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