• set
    01
    2005

Album

EMI

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Gli uomini di marketing, quelli cresciuti a pane e Kotler, hanno ben presente il ciclo di vita del prodotto. Il percorso di nascita, ascesa, consolidamento e decaduta che qualunque prodotto segue nel suo rapporto con il mercato. Sebbene una simile teoria sia oltremodo fredda e meccanica per essere applicata ad una cosa come la musica in generale e il rock in particolare, è difficile non vedere nell’excursus degli islandesi Sigur Rós, un percorso analogo.

Dalla psichedelia naive di Von, consumata tra pochi intimi di Reykjavik, all’incredibile ascesa nell’immaginario collettivo rock con Agaetis Byrjun, fino al consolidamento del disco senza titoli ( ); se avete seguito il discorso fino ad ora, probabilmente avrete intuito dove voglio arrivare: Takk… è il quarto capitolo della saga e dopo ripetuti ascolti si rivela come il meno riuscito.

Quando si ha un suono così particolare è sempre difficile proseguire di disco in disco. Da un lato c’è chi li vorrebbe perennemente uguali a se stessi, ibernati per sempre in uno stile subito riconoscibile, dall’altro lato la domanda di evoluzione è continuamente in agguato: Takk… scontenta entrambe le posizioni, chiudendosi in una esasperante autoindulgenza che non va in nessuna direzione.

Un disco inconcludente, adagiato su stesso, sull’idea stessa dei Sigur Ros, che semmai li fa devolvere verso una pratica musicale molto più digeribile, ma dal sapore insipido e sciapito. Basti ascoltare Agaetis Byrjun e subito dopo Takk… per rendersi conto di come la trama sonora sia stata semplificata e scarnificata. Quello che li caratterizzava come una band particolarissima, capace di produrre momenti sonori estremamente ricercati, complessi e creativi, è scomparso, compensato da una produzione abbastanza classica, che appiattisce tutto e non lascia molto spazio all’inventiva.

Sul piano dei contenuti musicali non si lavora meglio e il terzo pezzo, Hoppipolla, ne è l’esemplificazione: una suite scialba e informe, infarcita di campanelli, tastiere e archi, che dà l’unica sensazione di essere buona per le festività natalizie. Il primo singolo Glosoli, sembrerebbe quasi un mezzo plagio dei Mùm se non fosse per il caratteristico modo di cantare di Jonsi, come sempre ermafroditico e farinelliano.

Il resto del disco segue queste coordinate: da un lato brani più lunghi nello stile di Hoppipolla, come la estenuante Milanò (che non è una dedica, ma solo un’indicazione del posto dove il brano è stato suonato la prima volta) che si allunga inutilmente fino a toccare i dieci minuti; altri ancora si candidano a successivi singoli, come Saeglopur, con un vorticoso ritornello a base di chitarre riverberate e note gravi di piano (si grida vendetta al cielo per la dimenticanza in cui ancora versano gli Slowdive) e la bella, ma banale nell’evoluzione, Gong.

Ed è davvero tutto qui. Anche l’umore si adegua e rende grazie al successo. Dopo lo stupefatto e malinconico sinfonismo di Agaetis Byrjun e le cupe planate ambientali di ( ), l’Islanda si riscalda un po’ e si apre al mondo con il sorriso. Peccato che le premesse musicali non facciano sorridere più di tanto.

10 Settembre 2005
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