• Mag
    01
    2012

Album

EMI

Add to Flipboard Magazine.

Non stupisce affatto che un disco come Valtari esca pochi mesi dopo Inni, summa live con la quale i Sigur Ròs hanno celebrato in lungo e in largo la propria dimensione di culto mainstream. Un rituale di agnizione tra l'apocalittico ed il fiabesco, esotismo nordico come carburante di una fusione nucleare pop ad altissima intensità e definizione, l'escursione termica vertiginosa tra dinamiche al calor bianco e timbriche lillipuziane. Eccetera eccetera. Dopo cotanta apoteosi – che di fatto poneva fine al tentativo di sfaccettare la calligrafia in direzione etnica, bucolica ed orchestrale compiuto in Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust – al quartetto islandese toccava rimettere in moto il marchingegno e soprattutto dare indicazioni in merito a dove avrebbero puntato la barra.

Ebbene, pare proprio che abbiano scelto di far girare i pedali col rapporto più corto, si mettono sulla difensiva mirando un impressionsimo ambient(ale) tanto strutturato quanto vaporoso. In un certo senso, sembrano tentare il ritorno ai palpiti misterici che stavano sullo sfondo dei primi lavori, tipo per intendersi gli sbuffi e i tremori dell'intro di Ný Batterí, capaci di aprire squarci su mondi incogniti a mio parere ben più suggestivi dei crescendo liberatori e un po' meccanici imposti dal codice post-rock. Questo revanscismo di – come chiamarla? – purezza arcaica reca inevitabilmente il mestiere maturato nel frattempo, la raffinatezza del tocco, la familiarita con situazioni cameristiche e soluzioni sintetiche.

Così, se da un lato dimostrano di sapersela cavare ai confini della folktronica (Rembihnútur), imbastendo lieder cartilaginosi (Fjögur píanó) e perfino spennellando friabili orizzonti eniani (Ekki Mùkk), d'altro canto si crea un cortocircuito di segni e intenti, da cui consegue una calligrafia a tratti confusa, indecisa sulla piega da prendere, dal retrogusto anche artificioso, che oltretutto non si risparmia di fare il verso al proprio stile (con la prevedibile deflagrazione di Varúð). Ciò che è peggio, questo disco sembra una sfiziosa implosione che può permettersi solo chi sa di poter contare sulla devozione di un nutrito nocciolo di fan, chiamati a raccolta nel cerchio mistico per coccolarsi vicendevolmente mentre il mondo fuori impazza schizofrenico.

Dato merito al bel lavoro sui suoni e al tasso di suggestione degno di nota di certe ipnosi seriali (Dauðalogn), è forse l'album più comodo che potessero sfornare i Sigur Ròs a questo punto della loro carriera. Troppo comodo.

7 Maggio 2012
Leggi tutto
Precedente
THEESatisfaction – awE naturalE THEESatisfaction – awE naturalE
Successivo
Zulu Winter – Language Zulu Winter – Language

album

artista

Altre notizie suggerite