Recensioni

6.7

Nell’anno in cui il disco che inaugurò la pratica – Journal Violone di Barre Phillips – ne compie cinquanta, è un vero piacere ascoltare tutta una serie di recenti, interessanti formulazioni per solo contrabbasso, soprattutto se per i rispettivi autori rappresentano tanto una prima prova discografica a tu per tu con lo strumento, quanto un modo per celebrarne al meglio le nude qualità. Ai nuovi lavori di giganti come John Patitucci e Larry Grenadier (qui la nostra recensione al suo The Gleaners, edito da ECM Records) si aggiunge oggi Depth Sounding, l’ultimo album di Simone Di Benedetto, classe 1989. A dispetto della giovane età, Di Benedetto possiede la maturità necessaria ad affrontare un discorso in solitaria, in cui una formazione classica, che gli viene dagli studi accademici e dalle esperienze in orchestre ed ensemble, convive con gli interessi legati al jazz e all’improvvisazione. Non a caso l’album – pubblicato lo scorso 8 aprile dalla Aut Records di Davide Lorenzon, con un artwork del pianista Nicola Guazzaloca  – è stato registrato nel corso di una residenza artistica di sei settimane in Danimarca, a Copenaghen, presso l’Istituto Italiano di Cultura.

In continuità con le precedenti esperienze discografiche, delle quali occorre segnalare almeno il quartetto di cui è leader, nei sedici episodi di Depth Sounding il musicista modenese appare calmo e riflessivo, muovendo sui bordi di una pacatezza che, tra l’altro, giustifica la passione per uno scrittore devoto all’esercizio della razionalità come Primo Levi: che abbiate letto o meno la pseudo-autobiografia del chimico torinese, Il sistema periodico, ascoltate il disco omonimo registrato da Di Benedetto insieme al clarinettista Alberto Collodel, che nei brani riprende la denominazione dei singoli capitoli / elementi chimici. Una pacatezza che Di Benedetto tradisce più volte, a dire il vero: ad esempio là dove, nel corso di Depth Sounding, fa uso di tecniche estese suonando oltre il ponte o adoperando l’arco con modalità percussive, quasi fosse una verga in legno. A tal proposito si ascolti la serie di brani intitolata Ghost, che fa riferimento ai quattro elementi delle cosmogonie; oppure l’ostinato ritmico della conclusiva Roots, forse memore della lezione di un Henri Texier; o ancora l’omaggio al contrabbasso classico di Miloslav Gajdos, con quattro reinterpretazioni posizionate simbolicamente nel cuore del disco.

Essenziali, acustiche e prive di sovraincisioni, le brevi vignette di Depth Sounding sono descritte nel comunicato stampa – ma invero ce lo dice già il titolo – come delle “misurazioni di profondità”. Il contrabbasso è metaforicamente concepito al pari di una sorta di vascello immaginario che affronti una traversata in mare aperto, tra meditazioni lucide – i brani in pizzicato lasciano sbocciare germogli di squisite melodie – e frangenti dettati dall’inconscio – l’utilizzo dell’arco sembra rivelare un’altra, meno introversa personalità. Il punto di arrivo è uno stato mentale che l’autore chiama Deep Elevation, peraltro il titolo della seconda traccia. Una suggestione che, insieme al tema del mare e al registro introspettivo di ogni brano, ci illustra a quali stimoli Simone Di Benedetto abbia dovuto rispondere per concepire un disco come questo, pensato bene e suonato altrettanto.

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