Recensioni

7.4

Se il chitarrista Pepe Romero si reincarnasse in Dick Dale e poi si mettesse a suonare un quintetto per chitarra del compositore lucchese Luigi Boccherini, otterremmo il pezzo di apertura – titolo: Burning Caravan – del disco d’esordio dell’ex Sun City Girls Sir Richard Bishop.

Sono passati ben 22 anni da quando uscì Salvador Kali, il CD che conteneva quel pezzo, e la funambolica sei corde di Bishop non ha smesso di incantare. Inutile tentare di riassumere in poche righe la sua carriera discografica solista, che proprio come quella del gruppo madre è oltremodo dispersiva e frammentaria (si è perso il conto di quanti cd-r abbia pubblicato in un ventennio il Nostro eroe). Va però detto che almeno un paio di titoli svettano sugli altri, non tanto per la qualità del materiale contenuto, sempre notevole, quanto per l’omogeneità complessiva con cui “riempie” la scaletta di album tipo Polytheistic Fragments del 2007 e Improvika del 2004. Ora, se il sound bishopiano è giocoforza diverso e più spartano rispetto a quello dei SCG, perché il gruppo autore del capolavoro Torch Of The Mystics, 1990, è a tutti gli effetti un gruppo con tanto di sezione ritmica e via dicendo, vero è che i dischi di Bishop, per sola chitarra faheyan-bashiana, ripropongono la stessa inebriante miscela sonora che fu di cotanta band. Aromi orientali assortiti. Divagazioni mistico-campagnole in odor di far west. Psichedelia degenere ad espansione massima. E tanto altro ancora.

Oneiric Formulary varia la formula base e ci mostra un Bisohop – accade in Graveyard Wanderers – capace di stravolgersi a suon di elettronica come un Gordon Mumma della porta accanto. E scusateci se è poco. The Coming Of The Rats, dal canto suo, è forse il pezzo top della decina inanellata nel nuovo disco, che al solito risalta per la fine tecnica chitarristica di Bishop e al contempo ci offre un excursus nel suo peculiare modus operandi artistico, capace di creare atmosfere allucinate attraverso pochi tocchi di chitarra o di indulgere in quel bozzettismo faheyano, vedi alla voce Black Sara, di cui molti oggi si sentono orfani. Ebbene, Sir Richard Bishop non è John Fahey. Ma anche lui, proprio come il defunto maestro, è destinato a lasciare una traccia profonda in chi l’ascolta.

In fondo, Sir Richard Bishop è un avanguardista che indossa i panni del tradizionalista. Questa è la sua grandezza. A cui si aggiunge uno straordinario gusto melodico e un ancor più straordinario talento chitarristico, sospeso fra surf, country, bluegrass, flamenco, hard-rock e vattelappesca. Long live the Bishop!

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