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7.2

La seconda vita di Sir Richard Bishop dopo i Sun City Girls si è svolta nel segno di una produzione poli-estetica (parafrasando malamente quel Polytheistic Fragments che rimane lo specchio più brillante del suo pensiero) capace di far dialogare oriente e occidente, il folk con il raga, la chitarra con synth e drones – gli album Elektronika Demonika o Graviton Polarity Generator – ma più in generale la struttura con l’improvvisazione.

Oggi si torna a lavorare sugli stessi temi ma con una prospettiva nuova, che sostituisce al plurale il singolare. C’è solo uno strumento – tale chitarra di fine ‘800 recuperata a Ginevra il cui suono ha ipnotizzato a tal punto il nostro Sir da registrarci un disco – e solo un luogo, Tangeri, zona portuale all’incrocio di meridiani e paralleli trafficatissimi dal mondo occidentale. Ne consegue il lavoro più uniforme uscito dalla chitarra di Bishop, intimo nel fingerpicking e malinconico nell’animo, in cui prevale l’aspetto cinematografico e paesaggistico, con un susseguirsi di luoghi più verosimili che veri: frontiere morriconiane (Frontier per l’appunto), inseguimenti nella casba (Safe House), fantasmi di John Fahey tra le dune del deserto (Mirage) e ancora le solitudini nei tramonti terrazzati di Let it Come Down.

E’ una musica molto personale, forse eccessivamente legata a questa genesi capricciosa che rischia di tramutare Tangier Sessions in un episodio accessorio della sua discografia. Ma la bravura di Sir Richard Bishop nel tratteggiare impressioni e bozzetti con le cinque corde rimane intatta. In fondo, è tutto quello che volevamo sapere.

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