Recensioni

7.5

Bisogna cominciare dalla fine di questo disco per capire quanto vale come chitarrista Richard Bishop. Perché senz’altro Mahavidya è una delle “canzoni” più belle ascoltate quest’anno, una bellezza profonda costruita intorno a un ritmo raga che cresce, si allarga e si flette all’infinito senza spezzarsi mai. Il fingerpicking nervoso e visionario diventa immediatamente la base su cui si sviluppa tutto il resto – variazioni e modulazioni, accelerazioni e sospensioni – lungo venticinque minuti che sembrano non finire mai, come certe cavalcate chitarristiche di Roy Montgomery. Un discorso che vale anche per Zurvan, fra le cui movenze si fa largo una meditazione che, nonostante tutto, ha ben poco di misticheggiante e sa invece risalire continuamente sulla superficie terrestre in un’atmosfera da western metafisico dove i proiettili escono dalle pistole al rallentatore. Non ci si meravigli quindi se While My Guitar Violently Bleeds è un titolo che non solo esplicita al meglio quanto appena detto, ma fa di questo disco il perfetto pendant della colonna sonora di Dead Man suonata da Neil Young. Stesse pulsioni introspettive ma di segno diverso, immerse come sono in una tradizione altra, in cui l’occidente è miniaturizzato, Lilliput dall’altra parte del cannocchiale. Chitarrista ispirato, che si spinge coraggiosamente verso tradizioni musicali così distanti da noi, Richard Bishop sembra sempre avere sulla punta delle dita la risposta giusta e, dopo tanti dischi coi Sun City Girls, dopo un album come Salvador Kali, non sembra dover dimostrare più niente a nessuno. While My Guitar Violently Bleeds diventa, infine, un requiem inaspettato per Charles Gocher, batterista dei Sun City Girls morto proprio pochi mesi fa.

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