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L’altra volta Photek ci aveva avvertito, “Skream è un pazzo furioso“, ma nessuno dei presenti del sabato Sensoralia al Brancaleone poteva essere preparato a quel che sarebbe successo. La scenetta di metà serata (metà di un set di oltre tre ore, per inciso) la dice già lunga sul personaggio: SGT Pokes prende il microfono e dà voce provocatoriamente al pensiero di una frangia di pubblico urlando “Fuck off Skream! You’re not making dubstep! Fuck off! Fuck off!“. Lui esce dalla consolle, si ferma a bordo palco e – sempre mantenendo un certo aplomb londinese – le canta di santa ragione. “Ho fatto un’ora e mezza di dubstep. Faccio dubstep da quando ho 16 anni e ora ne ho 26. Il dubstep resta la mia vita, ma adesso aprite la mente, cazzo.” Applausi a scena aperta mentre lui tornava dietro i piatti e spiegava: “Questa è house. C’era vent’anni prima che nascesse il dubstep. Questa è storia“.

Non che fino a quel momento Skream si fosse risparmiato. Per almeno la prima ora di performance ha semplicemente fatto quel che il pubblico poteva aspettarsi da lui. Vale a dire, il dubstep più autorevole e potente esistente in circolazione oggi: la belva che si scatena sul palco è proprio lui, i pezzi che si sentono son proprio i suoi, quella mobilità disinvolta che trasuda potenza hardcore senza mai sottostare ad alcuno schema noto è proprio il tratto che lo contraddistingue e fa sembrare gli altri dei bambini alle prese coi giocattoli. C’era anche spazio per la doverosa serie di esperienze brostep gentilmente offerta ai desideri del pubblico (sì, Skrillex è sempre tra quelli che funzionano di più) e per una prima fase di mood ragga che ben si adattava alle arie fumose del posto (servizio d’ordine comunque efficace oltre la media). Ma soprattutto c’era un artista che sprigionava un’energia incredibile: era il primo fruitore della sua stessa musica e lo spettacolo era vederlo eccitarsi sul mixer, spezzare aggressivo i pezzi più pompati per rimetterli da capo (furore doppio) o – più semplicemente – scendere in mezzo alla gente e scatenarsi come fosse uno qualunque. L’umiltà e l’empatia che hanno solo i grandi.

A partire dalle 3, però, vien perso ogni freno. Skream è il primo che vuole divertirsi, quella è la sua serata e la musica è il mezzo con cui trascendere ogni inibizione. Una piega che finisce per ridefinire il concetto stesso di imprevedibilità. Già perché qui il punto non è più sentire un dubstep diverso da quello di Skream e affondare più a fondo nella Tempa o nella OWSLA (che in fondo era anche ovvio). In realtà il set ha iniziato davvero a sbandare verso le derive più inaspettate: dalla tech-house quintessenza dello spirito dance elegante di Maya Jane Coles e George FitzGerald alla pura rave music acidissima e urticante, dalla hard techno con colate di bassi devastanti alla drop music ormai pienamente a suo agio nello schema 4/4. In tutto questo Skream si prende anche il tempo per presentare un paio di nuovi suoi pezzi, e anche lì le sorprese son grosse: il primo è uno slow piece di catrame bass nero estremamente suggestivo, lontano dalle meccaniche di movimento e condito da un disturbatissimo campione vocale; dell’altro sembrava particolarmente orgoglioso, ha scandito bene più volte il titolo (Sticky) ed era una freccia di abominevole technazza a ph bassissimo. La durezza di Jeff Mills più la beffardaggine dei Crookers: tenete gli occhi (e la mente) aperti per il prossimo Skreamizm.

L’ultima ora è puro delirio convulso. Che la valigia dei dischi di Skream fosse fuori dall’ordinario magari lo sapevi pure, ma quando senti I Feel Love di Moroder + Donna Summer inizi a pensare di aver comunque calibrato male la tua stima. E fai presto a rassegnarti a cannare ogni pronostico. Dopo la fase disco ’70 arrivano i 90s eurodance (Show Me Love di Robin S tra le più apprezzate dal pubblico), Blue Monday dei New Order, Rock The Casbah dei Clash, Killing In The Name dei Rage Against The Machine. A un certo punto si ferma tutto e parte Angels degli XX. È emozione. Subito dopo Love Will Tear Us Apart dei Joy Division. È commozione, e sarà il momento che Skream rimarcherà il giorno dopo su twitter. Gli ultimi due pezzi, poi, sono un vero atto di generosità: sui Nirvana di Smells Like Teen Spirit la pista diventa un pinball di palline impazzite che schizzano l’una sull’altra dimentiche di ogni contegno; i Prodigy di Smack My Bitch Up remixati dupstep invece servivano a chiudere il cerchio, sballo senza limiti e rappresentazione di quanto labili siano certi limiti in pista. Un solo bis è concesso: il suo remix di In For The Kill dei La Roux, l’attestato di stima per il pubblico romano.

Non ce n’è per nessuno. Quel ventenne smagrito, con la sua t-shirt larga e la scritta “Too Much London“, è una delle esperienze più elettrizzanti a cui puoi assistere in un dj-set oggi. Ma solo se non sei lì con un’aspettativa specifica. “Madre de Dios, open your mind“.

 

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