• Gen
    15
    2016

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Carosello Records

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Se c’è una cosa in cui gli italiani non hanno rivali è quella di continuare a supportare gli artisti pop-rock internazionali quando ormai non hanno chiaramente più nulla da dire. Qualche esempio? L’Italia è in pratica l’unico paese in cui i vari Cranberries, Skunk Anansie (uscite in solitaria comprese), Lenny Kravitz e compagnia bella continuano a riscuotere un discreto successo di vendita. Non sorprende che l’ultimo album della band guidata da Skin, Black Traffic, in patria si fermò alla 42° posizione, mentre da noi raggiunse il 2° posto, vendendo cifre similari a quelle dei veri bestseller internazionali (Taylor Swift o Sam Smith ad esempio). Se poi come nel caso degli Skunk Anansie – ma anche dello stesso Mika – c’è anche la componente televisiva a supportare la causa, questa dinamica tipicamente italiana diventa ancora più evidente e per certi versi avvilente.

Gli Skunk Anansie sono una band che con gli anni è stata giustamente ridimensionata rispetto ai clamori della seconda metà degli anni Novanta: ai posteri non lasceranno altro che tre dischi onesti (i primi tre) e una manciata di singoli (Hedonism, Weak, Charlie Big Potato, Secretly ecc…) che all’epoca erano forse tra le cose migliori che si potessero trovare in high-rotation su MTV. Oggi però non rimane praticamente traccia dell’energia viscerale, della rabbia e soprattutto delle tematiche “anti-” dei primi tempi (Little Baby Swastikkka, Intellectualise My Blackness…), ma neppure della capacità di scrivere vellutate ballate rock in grado di valorizzare la voce di Skin e – contemporaneamente – di mettere in risalto l’ottimo operato del bassista Cass Lewis. Chi ha seguito, anche passivamente, X Factor si è reso conto che oggi Skin è lontana da qualsivoglia “controcultura” e “contemporaneità” nel suo voler rappresentare il “ruooock” tra una marchetta e l’altra. Un compromesso che è servito a livello personale ma parallelamente ha sancito la definitiva fine di una dignità artistica, a dire il vero già messa in discussione da tempo (basti pensare alle improbabili ospitate come DJ in serate di dubbio interesse).

Come ampiamente prevedibile, anche il sesto album Anarchytecture si divide tra episodi tipicamente rock e passaggi più melodiosi. Nel primo gruppo rientrano una sequenza di brani forgiati nei più canonici cliché del tamarrock costruiti attorno a riff telefonati che non fanno paura a nessuno. Per intenderci, riff che qualsiasi gruppo da high-school potrebbe creare tra una cover dei RATM (la strumentale Suckers!) e una dei Muse (We Are The Flames). Questo lo scheletro di un disco poco ispirato (per usare un eufemismo) che forse trova i suoi momenti migliori in Victim, traccia però spruzzata (nella strofa) di una elettronica a bassa frequenza che suona vecchia di vent’anni. L’impressione generale è infatti proprio quella di una band che è rimasta ancorata alle influenze del proprio periodo d’oro, incapace di assorbire (per disinteresse?) qualsiasi tipo di novità emersa nell’ultimo decennio. Tra vaghe sfumature ritmiche legate addirittura alla disco-music e il consueto rock-pop patinato, il singolo Love Someone Else è un fastidioso punto d’incontro tra riff rock e cassa dritta (concetto esasperato poi nell’oscena Bullets), ma la palma della traccia più insignificante va probabilmente a Without You, assolutamente senza capo né coda. Se le melodie e i riff non incidono, una figura ancora meno dignitosa la fanno gli arrangiamenti, e a soffrirne maggiormente sono senza dubbio le ballads: Death to the Lovers sfoggia soluzioni sonore d’accompagnamento (specialmente nella batteria) che fortunatamente non sentivamo dal 1998, mentre I’ll Let You Down è semplicemente materiale riutilizzabile per qualche RVM strappalacrime da programma TV pomeridiano.

Nel complesso Anarchytecture è talmente insulso e innocuo, che riesce anche difficile dire se è peggiore o migliore del precedente Black Traffic tanto è impalpabile e futile.

18 Gennaio 2016
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