Recensioni

7.2

Questo è uno di quei casi in cui viene da chiedersi: sono già passati quattro anni? Eh, sì. Perché Blank Love, l’album d’esordio della band di Frosinone, risale all’ormai lontano (e infausto) 2016. Si trattò di un debutto (almeno su lunga distanza, visto che nel 2014 c’era stato l’EP Rivers Flow free, Lake Just Agree) privo delle debolezze tipiche dei principianti, capace semmai di apparecchiare un elogio della densità grazie a un rock che mescolava nell’impasto il folk, certe sbucciature lo-fi e sguardo coagulato tra post- e psichedelia. Soprattutto, c’era quel passo, la cadenza di chi ha l’obiettivo delle lunghe distanze senza però porsi obiettivi né ambizioni. Insomma, per farla breve: era un gran bel disco, Blank Love, di quelli che riascolti dopo settimane, mesi e, boh, anni. Quattro, porca miseria, ne son passati (ho già scritto che il tempo è un bastardo?).

Oggi gli Sky Of Birds tornano con un album che è ben diverso ma, come dire, ha quello stesso passo. Quel gusto di procedere attraverso l’aria solida di un suono angoloso e cardiaco, scivolando su melodie ventrali che sembrano dire: andate pure avanti, tanto noi arriviamo. Perché il tempo non può molto contro quel passo e quella determinazione sotterranea. La cupezza dell’iniziale Flaws In Color, ad esempio, ha molto a che fare col qui e ora, eppure proviene chiaramente da lontano, affonda le radici nei Novanta trepidi di Nick Cave e nelle processioni a cuore sbucciato dei Wovenhand. Roba che un po’ ti schiaccia e un po’ ti apre il petto. Ma la cosa strana di questo Matte Eyes / Matte Moon è come fin dalla successiva Small Eyed Moon lo scenario cambi drasticamente senza però smarrire la sintonia con la frequenza portante: nella fattispecie, tra sequencer, tastiere e chitarre si finisce per galleggiare sopra una stratosfera acida e androide, ok, ma pur sempre con vista sul deserto.        

È come se un’allucinazione synth-wave si fosse impossessata della cloche, ma siccome siamo ormai nel pieno del sogno la situazione non sembra poi così incongrua: gli ormeggi sono mollati, l’incredulità è sospesa. Tutto si tiene, anche quando il singolo Haze Daze Dazzle sfodera una specie di mid tempo Visage, o quando I’ve Seen You Monster rievoca lenti spettri Joy Division insabbiati di elettricità R.E.M. altezza Fables Of The Reconstruction. La scaletta quindi svaria, propone sapori ulteriori, come la mollezza alcolica di Days Fall Down Like Mouthfuls, le palpitazioni incalzanti à la Interpol di People Have Nothing, per non tacere di quella Liet To A Liar che sprimaccia malinconie febbrili col raccoglimento dei Low e uno sperso crescendo da primi Sigur Rós

Ma al di là della trama batterica delle coordinate sonore, che comunque è curioso decifrare (vedi gli echi Sparklehorse, Mazzy Star e Jason Molina, ad esempio, mentre i cinque stessi suggeriscono di adorare la versatilità incatalogabile dei Fuck…), a convincere è la sensazione di un disco che accade all’interno di un perimetro ben scolpito, poco disposto a patteggiare i propri parametri e l’orientamento delle antenne, in un certo senso indifferente allo sciorinare estemporaneo e frastagliato di forme più o meno (o pseudo) rock, ma non per questo autoreferenziale, anzi proprio per questo capace di affilare lo sguardo su un presente intriso di squilibrio, nevrosi ideologiche e piccole grandi mostruosità. 

In altre parole, è come se gli Sky Of Birds procedessero in un loro tempo – una specie di “bolla” opaca e porosa – dopo aver preso coscienza della fine del tempo (quel bastardo) per come lo conoscevamo, almeno in ambito rock. Difficilmente faranno impazzire i contatori di ascolti sulle piattaforme di streaming, ma è molto probabile che avrai ancora voglia di ascoltarli quando i contatori di oggi saranno stati azzerati più e più volte nel vasto progetto di obsolescenze programmate che tengono in piedi la baracca del music biz.

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