Recensioni

6.6

Il maggior pregio di questo esordio a firma Small Giant, progetto solista di Simone Stefanini dei Verily So, è di vivere nel rapporto tra sentimento e memoria, andando a scovare, talvolta in maniera esatta e commovente (We Were Fuckers), lo scarto che determina il passaggio dalla reminiscenza alla malinconia.

Una variabile del tutto personale, fatta di oggetti fluttuanti e improvvisi: un film dai colori sbiaditi come solo la fanciullezza, l’odore di che cosa?, la foto di un passato recente ma comunque non replicabile, un suono – naturalmente – e melodie alle quali siamo soliti associare pezzi di vissuto.

Ecco, il “piccolo gigante” riesce più di una volta a rendere universale questa variabile, usando come mezzo un synth-pop che è da cameretta, sì, ma solo perché i mezzi adibiti alla produzione stanno tutti in un armadio, così proteso, invece, verso spazi espressivi potenzialmente più ampi. Da qui la sostanza ariosa, assai ricca di timbri e umori differenti, che vanno dalle atmosfere conturbanti e lynchane di The Other Me (con la voce di Maria Laura Specchia e la partecipazione straordinaria di John Neff) al french touch di Divisi, dall’epica in miniatura di Murakami agli arpeggiatori anni ’80 + assolo di chitarra di The Night Apollo Died, fino alla cover un po’ furbetta – ma d’altro canto perfettamente in linea con quanto detto – di Never Ending Story, manifesto generazionale di un’adolescenza dorata, come forse vuole esserlo il continuo sguardo all’indietro, a partire dal titolo, di Now We’re Gone, che inizialmente paga forse un’eccessiva eterogeneità, ma al quale, con il trascorrere degli ascolti, non si può fare a meno di voler bene.

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