• Giu
    01
    2012

Album

EMI

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Ad inizio 2011 una notizia scuote la rete: Nicole Fiorentino, la nuova bassista dei riesumati Smashing Pumpkins, sarebbe una delle due bambine ritratte nella copertina di Siamese Dream. Quella di sinistra, per la precisione. La fronte spaziosa, il taglio degli occhi e della bocca non lascerebbero dubbi in proposito. Illazioni? Macché: Corgan lo ammette. La Fiorentino conferma a stretto giro di posta. Incredibile. Poi però arriva la smentita, per voce della bambina di destra, quella immortalata mentre se la ride di brutto, tale Ali Laenger. E quindi? Probabilmente tutta una boutade. In ogni caso la vicenda è rimasta in sospeso, o almeno lo è rimasta per il sottoscritto il quale, perdonatelo, se ne è sbattuto riccamente le palle.

Però è emblematica l'attrazione fatale esercitata nei fan dall'immaginario di quei primi fatidici lavori, in un gioco di rimandi e suggestioni cui lo stesso Corgan non si sottrae affatto. Anzi, volendo potremmo interpretare anche la formazione attuale del quartetto come una sublimazione di quello storico. Insomma, in questo che è nominalmente il nono album delle zucche – dopo che il formato album era stato ripudiato in favore di modalità distributive più elastiche, dinamiche, espanse, vedi la ciclopica dispersione del progetto Teargarden By Kaleidoscope – agisce chiaramente il tentativo a tratti spasmodico di mostrare al mondo che la creatura SP è viva e lotta, sogna, scalcia, s'infiamma assieme a noi. Non per questo il buon Billy merita biasimo. Certo, personalmente non posso fare a meno di rimpiangere ciò che un talento come il suo avrebbe potuto se avesse superato i fantasmi della propria tormentata post-adolescenza. Ma tant'è. Il talento appunto è duro a morire e spunta ogni tanto tra le rievocazioni malcelate che strutturano la scaletta.

Panopticon, ad esempio, sviluppa una buona approssimazione del limbo tra power psych e pop abbozzato nel glorioso Mellon Collie. Quasar sbriglia chitarre e sincopi aciderrime à la Siamese, mentre The Celestials organizza languore tenerello in salsa wave pop con malsana sdolcinatezza Adore. Corgan sembra aver rimesso in sesto la penna e azzecca alcune melodie degne di nota, concedendosi pure qualche disinvolta libertà (le fantasie prog wave di Wildflower, le turbolenze glam di The Chimera, Pinwheels col suo technicolor psych – echi evidenti di Baba O'Riley – e le digressioni folk meditabonde…), mentre la band a onor del vero tiene botta, dimostrando anche una certa personalità.

Il pesce però, come spesso capita, puzza dalla testa. Il vizio di forma lo avverti fin nella voce e nel piglio di Corgan, nel suo stare sui pezzi sempre un po' sfalsato anzi inadeguato e vagamente retrogrado, come il Benigni cinquantenne con addosso i panni di Pinocchio. Quanto al resto, aleggia un'aria diffusa da amarcord fiero ma in fondo arreso che sembra quasi esplicita in pezzi come Violet Rays, ballad grunge androide più confezione che sostanza, o nella title track che prova la carta della suite pasticciando languori wave, venature gospel-folk e ripartenze spacey con la ciliegina di un assolo da allucinazione salottiera Mike Oldifeld.

Peggio ancora, quelle digressioni pop wave che un tempo certificavano le doti corghiane, non suonano più come sfaccettature di una sensibilità enigmatica e proteiforme ma come espedienti, variazioni di mestiere a caccia di hook, vedi il bignami New Order di One Diamond, One Heart o il David Sylvian wannabe di Pale Horse. Disco nel complesso mediocre con qualche pagliuzza di splendore, a confermare l'onda lunga di declino che sta sommergendo questo ex-ragazzone rock con troppo genio da padroneggiare.

20 Giugno 2012
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