• lug
    01
    2007

Album

Reprise

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Zeitgeist è una parola che in tedesco vuol dire “lo spirito del tempo”. Ed uno come Corgan non poteva scegliere un titolo migliore per il suo grande ritorno. Sissignori. Gli Smashing Pumpkins di nuovo sul luogo del delitto dopo sette lunghi anni di silenzio, intervallati da liste di proscrizione (l’ottimo Machina 2/The Friends And Enemies Of Modern Music), conversioni religiose (Mary Star Of The Sea, il sottovalutato disco degli Zwan) e fallimentari esordi solisti (l’ancora più sottovalutato The Future Embrace).

Ma quale sarebbe lo spirito del tempo per Corgan e i suoi pard (l’immenso Chamberlin alla batteria e i due nuovi manichini al basso e alla chitarra)? Tornare musicalmente indietro di trent’anni ed evocare con un’ossessiva macumba l’orrido macho-metal dei Thin Lizzy? Perché questo è Tarantula, non a caso il primo singolo estratto dall’album: una canzone che fa piazza pulita di ciò che veramente erano i Pumpkins – magia, sfida, emozione – in favore di tutto ciò non erano i Pumpkins – mestiere, banalità, urgenza di pagare le bollette a fine mese. D’altronde, la notizia che dell’orbita corganiana non avrebbero fatto parte né James né D’Arcy faceva pensare ad una riesumazione di un marchio – un brand, diremmo oggi – che va forzatamente avanti a prescindere dai nomi, dalla storia, da ciò che i Pumpkins stessi erano. Una pura operazione di marketing che svela la voglia del re di Zuccalandia di (ri)conquistare un posto al sole tra le più grandi celebrità rock di sempre. E allora che importa se per l’ennesima volta il nostro Billy si fa accompagnare da una bassista bellissima. E allora che importa se per l’ennesima volta il nostro Billy si fa accompagnare da un chitarrista ininfluente e silenzioso. Corgan sceglie i nuovi compagni e li maschera come i suoi vecchi amici, sperando che la gente non si accorga del trucco e pensi di essere tornata a quel magico ’95, quando il mondo era un vampiro, l’adolescenza bruciava nei nostri cuori e persino Mtv si era finalmente inchinata ai nostri eroi.

Ma qui non c’è nulla di tutto questo. C’è solo una band che alza il ritmo delle sue composizioni ma senza la potenza e l’ispirazione che animavano i pezzi di Siamese Dream (Doomsday Clock è una specie di riedizione in economica di Quiet). Una band che non trova di meglio da fare che imitare i Queen con Pomp And Circumstances (assoli di Brian May inclusi). Una band che ama suonare canzoni da stadio (Starz) dimenticandosi che un tempo componeva brani per parlare al singolo, prima ancora che alla massa. Nel mezzo, la classica orgia psichedelica targata Pumpkins di United States – un’essenziale boccata di ossigeno e dilatazioni strumentali – e le reminiscenze sintetiche della piacevole For God And Country (“Who needs this anymore, come on make it sold, when they build that cross of death, you won’t build at all, it’s time to wake up”).

Zeitgeist delude, quindi. Perché ci mostra un Corgan che sceglie la via più facile – alzare il volume degli amplificatori – per tornare a far sentire la sua creatura prediletta. E perché è un lavoro pensato per scatenare struggenti amarcord tra gli ex adolescenti degli anni Novanta, invece di ridisegnare i confini della musica moderna. Dispiace scrivere queste righe. Sul serio. Oltre ad essere suoi grandi fan, ci ricordavamo di Corgan per le sue mosse azzardate e allo stesso tempo geniali. Come quando mandava in stampa un memorabile doppio album in un periodo che lo vedeva ancora all’ombra di Cobain e di Vedder. Come quando pubblicava un disco electro-acustico che mandava in soffitta una formula sonora da dieci milioni di copie vendute. Come quando incideva un onesto e riuscito cd solista di shoegaze e synth-pop, mentre il mondo continuava a chiedergli un’altra Bullet With Butterfly Wings. La sensazione è che il Nostro si sia alla fine arreso, venendo a patti con la propria coscienza artistica e con i propri principi. È tornato ad essere, insomma, un topo in gabbia. Ma non sembra esserci rabbia in lui. Solo rassegnazione.

1 Luglio 2007
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