Recensioni

7.3

Il fiume evocato nel titolo del disco funziona da ottima metafora per la creatività strabordante di Bill Callahan, aka Smog. La sua produzione è fluita, tra delicatezza compositiva e potenza lirica, in undici dischi nell’arco di quindici anni: è precisamente in questo senso che trattare A River Ain’t Too Much to Love come un capitolo a sé stante è praticamente impossibile. Per vederne in controluce la bellezza (e la “genesi”) occorre aver visto le tele intricate di Julius Ceasar (1993) e di Wild Love (1995) sfilacciarsi nei ricami spogli di Red Apple Falls (1997), perché è proprio attorno al medesimo abbandono più o meno totale delle architetture complesse di arrangiamenti – gli archi tesi e i pianoforti magniloquenti amalgamati alla sezione ritmica – che si riallaccia l’epica personale di A River.

Dopo numerosi anni di esperimenti lo-fi, che gli hanno fatto guadagnare l’appoggio e l’apporto concreto di musicisti d’eccezione del calibro di Jim O’Rourke e dei Tortoise, il dodicesimo lavoro di Smog si assesta dunque nuovamente su coordinate minimali. Tra dichiarazioni liriche di quasi-onnipotenza e sussulti di incertezza, la voce fonda e protagonista di Callahan – sempre più reminiscente dell’ ultimo Johnny Cash – si stende flessuosa e seducente su tappeti strumentali esigui: una chitarra acustica pizzicata con consueta eloquenza ed un drumming delicato (di Jim White dei Dirty Three) conducono per mano attraverso soundscapes che vogliono essere il riflesso degli scenari naturali evocati. La tracklist attinge ad una paletta dalle tinte pastello, che si discosta notevolmente dai lamenti intensi e rituali che costellano in lungo e largo la nutrita discografia del cantautore: Palimpsest, piccolo manifesto di poetica, inizia un percorso che sfocia immediatamente in una ballata memorabile come Say Valley Maker e prosegue, sui territori di Supper (2003), con la lunga cavalcata reediana The Well arrivando a un valzer ispirato e “casalingo” come Rock Bottom Riser – impennata di qualità e ispirazione accompagnata dalla nuova musa Joanna Newsom al piano. La seconda parte dell’album, appena meno intensa, si apre con la spudoratamente o’rourkiana I Feel Like the Mother of the World ed attraversa gli arpeggi sonnolenti di Running the Loping per gettarsi infine nelle stalle di Let Me See the Colts.

A River Ain’t Too Much to Love consegna l’immagine di un anti-eroe di mezza età parzialmente venuto a patti con il proprio lato distruttivo e autodistruttivo: in I’m New Here Callahan dichiara che no matter how far wrong you’ve gone, you can always turn around. A questo privato giro di boa, le acque impetuose del fiume di Smog si trasformano finalmente in una superficie appena increspata da cui emergere senza paura, nuotando senza fretta. Più che una conferma, dunque, piuttosto una metamorfosi e una rinascita.

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